Benetti Carlo GAM

GAM : Bull market, hard power

GAM : Mark Carney, che da ex banchiere centrale conosce bene l’arte di cesellare le parole, ha ragione: la Storia è entrata in una ansa del tutto nuova, si lascia alle spalle il “secolo americano” e naviga verso un nuovo ordine globale dai contorni ancora indistinti.

Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da Investment World iscriviti alla Nostra Newsletter gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente


A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM


La muscolare politica americana, concentrata sulla gestione dell’immediato, non sembra attrezzata per la costruzione dell’ordine che verrà, vede la prima mossa ma non le tre mosse successive, non sembra capace di intuire la partita nel suo insieme.

Henry Kissinger, novantacinquenne ma ancora lucido interprete delle grandi transizioni storiche, nel 2018 dichiarava al Financial Times che “Trump potrebbe essere una di quelle figure che compaiono di tanto in tanto per segnare la fine di un’era”. A distanza di qualche anno, quelle parole suonano come una diagnosi, una constatazione sul presente che si dissolve.

La Storia è costellata di figure che non hanno semplicemente governato il cambiamento ma lo hanno accelerato, spesso rendendolo irreversibile. Augusto svuotò dall’interno le istituzioni della Repubblica romana, ne aveva preservato le forme mentre trasformava radicalmente la sostanza inaugurando l’Impero. Carlo Magno diede un ordine nuovo all’Europa post-romana, Martin Lutero spezzò l’unità religiosa dell’Occidente, Napoleone chiuse definitivamente la stagione dell’Ancien Régime, Bismarck e Cavour ridisegnarono la mappa politica del continente, Lenin aprì il secolo delle ideologie, Roosevelt rifondò il capitalismo occidentale, Deng Xiaoping trasformò la Cina senza rinnegare il comunismo.

Trump, almeno fino a oggi, sembra possedere tutte le caratteristiche della figura storica che segna la fine di un’epoca, per dirla con Kissinger, ma solo per metà: delegittima le istituzioni esistenti, incrina storiche alleanze e fa strame del soft power americano ma, al tempo stesso, non ha la capacità di plasmare il nuovo ordine che dovrebbe seguire. È una differenza cruciale. Alcuni uomini chiudono un’epoca e ne aprono un’altra. Trump, per ora, sembra abile nel certificare le contraddizioni del mondo di ieri ma incapace di offrire una visione coerente di quello di domani.

Ed è proprio questa asimmetria che rende questo nostro tempo così instabile e così difficile da “prezzare” per i mercati.

Anche l’economia globale entra in una fase di trasformazione strutturale. Si affermano nuovi motori di crescita e cambiano i riferimenti tradizionali. La vicenda del Venezuela, ad esempio, e la reazione contenuta del prezzo del petrolio, confermano come economia e listini siano ormai guidati soprattutto dai servizi e dall’intelligenza artificiale.

La scorsa settimana si è rinnovato il rito di Davos. Dal 1971 le élite globali si danno appuntamento nelle montagne celebrate da Thomas Mann per chinarsi sullo stato di salute del mondo, sospese tra la crudezza dei fatti e la tentazione di analisi rassicuranti. Un esercizio di riflessione che, anche quest’anno, difficilmente modificherà il corso della storia che continua a scorrere altrove.

Distanti dal mondo reale come le colte e interminabili conversazioni di Settembrini e Naphta sul progresso, sulla morale o sui destini dell’Europa, mentre a valle stavano maturando le fratture che di lì a poco avrebbero travolto il continente nella Prima guerra mondiale.

Nel rituale di Davos c’è però un appuntamento che merita attenzione, quello con il Global Risks Report, il Rapporto sui rischi globali curato per il World Economic Forum da Marsh e Zurich. Un documento che mappa le linee di frattura del presente, offre una fotografia meno consolatoria e più strutturata delle vulnerabilità che attraversano l’economia, la politica e la società globali.

Il Rapporto 2026 identifica nel “conflitto geoeconomico” (“geoeconomic confrontation”) il principale rischio nel breve termine: l’espressione si riferisce all’uso di strumenti economici (dazi, sanzioni, restrizioni sugli investimenti, controllo delle tecnologie strategiche) come leve di proiezione di potere che mettono a rischio l’efficienza delle catene della fornitura e la cooperazione internazionale. Questo tipo di rischio è salito drasticamente nelle classifiche di preoccupazione degli esperti, arrivando al primo posto nella percezione dei rischi più probabili nel 2026.

La centralità della competizione economica “armata” riflette un mondo sempre più polarizzato, in cui le relazioni internazionali sono definite dalla rivalità tra grandi potenze che si contendono sfere di influenza, una versione 2.0 dei tragici nazionalismi del Novecento.

Un elemento trasversale del Risk Report 2026 è la prefigurazione di un mondo frammentato, sempre meno cooperativo, circa il 68% degli intervistati prevede che l’architettura globale diverrà più divisa nei prossimi dieci anni, segnando una frattura significativa rispetto alle aspettative di un ordine cooperativo post-Guerra Fredda. Uno scenario che, unito all’indebolimento delle istituzioni sovra-nazionali e all’aumento dei debiti pubblici alimenta i rischi economici tradizionali come recessione, inflazione ed esplosioni di bolle.

Il Rapporto è la robusta conferma della diagnosi di Mark Carney, quella di un cambio di paradigma nel quale le grandi potenze si confrontano sul terreno dell’economia, della tecnologia e, soprattutto, nella proiezione di potenza militare.

L’economia globale sembra dunque destinata a continuare a soffrire di grande incertezza a causa dei dazi, delle crisi fiscali e del contesto geopolitico instabile. In questo nuovo corso si possono individuare almeno quattro grandi temi destinati a plasmare l’economia dei prossimi anni.

Il primo filone riguarda i conti pubblici. Deficit elevati e stock di debito in crescita sono tornati al centro dell’attenzione dei mercati che reagiscono con maggiore cautela. Ne derivano rendimenti a lungo termine più alti e una volatilità strutturalmente superiore rispetto al passato.

Il secondo tema è rappresentato dalle politiche commerciali. Il ritorno dei dazi e la ricerca di (antistoriche) forme di autosufficienza economica costituiscono una minaccia per la crescita globale e alimentano rischi di riaccelerazione dell’inflazione. In un mondo profondamente interconnesso, la frammentazione delle catene del valore tende a produrre nuove inefficienze.

Un terzo fattore destinato a condizionare lo scenario futuro è l’invecchiamento della popolazione. Il rallentamento della crescita demografica, combinato con politiche migratorie più restrittive, inciderà sull’offerta di manodopera. Le probabili pressioni sui salari potrebbero essere, almeno parzialmente, compensate dall’automazione e dall’adozione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi. Quest’ultimo aspetto è il quarto fattore, il passaggio del super-ciclo dell’AI dalla fase dell’“hype” alla messa a terra degli investimenti. Il rumore di fondo è destinato ad attenuarsi, le valutazioni smetteranno di anticipare in modo eccessivo realtà ancora in divenire. Il ciclo tecnologico evolve dall’“impossibile imminente” al “possibile misurabile”: l’entusiasmo lascia progressivo spazio all’esecuzione, il mantra del “winner takes all” cede il passo al ritorno della selettività: emergeranno i leader nei sottosettori, dalle società dei chip a quelle dell’integrazione, dalla fornitura di energia alla gestione dei dati. La domanda che devono farsi gli investitori non è più “cosa potrà fare l’intelligenza artificiale” ma “dove saranno i ritorni misurabili, sotto quali condizioni potranno realizzarsi”.

Queste colonne lo ricordano da tempo, il successo nei mercati finanziari è quasi sempre il risultato di metodo e di pazienza che consentono di cogliere i rendimenti reali nel lungo periodo. In un mondo in cui la cooperazione arretra e il confronto strategico avanza, i mercati continuano a premiare crescita, tecnologia e capacità di adattamento. Ma il contesto è cambiato: l’era delle certezze geopolitiche si piega verso equilibri più fragili; la sfida per gli investitori non è prevedere il prossimo evento estremo, ma costruire portafogli “anti-vulnerabili”, capaci di sopportare gli inevitabili contraccolpi.

Le newsletter “L’Alpha e il Beta” e “I soldi in testa” del professor Paolo Legrenzi hanno più volte ricordato come l’ancoraggio al presente sia sempre una trappola insidiosa: le reazioni emotive dei risparmiatori alle notizie e alle sollecitazioni del “qui e ora”, perdendo di vista gli obiettivi di lungo termine, portano facilmente a commettere errori. Paolo Legrenzi invita ad allargare la finestra temporale: non guardare solo a “quanto rende questo anno” o “quanto perdo oggi”, ma pensare in termini pluriennali, con obiettivi di vita (vedi anche le Cinque Lezioni a partire dalla nr. 571 del 29.5.2025 “Il cambiamento di paradigma”).

Un ulteriore ammonimento dell’amico Legrenzi riguarda l’importanza di diversificare lo spazio, cioè le classi di attivo diverse per area geografica, senza però trascurare la diversificazione del tempo, ovvero identificare gli orizzonti temporali e gli obiettivi ultimi del risparmio.

Il nuovo scenario non premia l’ottimismo ingenuo né il pessimismo paralizzante. Premia la disciplina, la selettività e la consapevolezza che i mercati offrono opportunità anche in tempi complicati.

Il mondo è entrato nell’era dell’hard power; i mercati, come sempre, si adattano.

Fonte: InvestmentWorld.it


Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.

Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it

Ho letto
l'informativa Privacy
e autorizzo il trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi indicate.