Dai dati preliminari a disposizione, sembra difficile negare una efficacia almeno parziale delle misure legislative nel favorire nel 2014 il ritorno alla crescita degli occupati (temporanei) in….
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anticipo sul ciclo e poi nel 2015 non solo una ricomposizione dell’occupazione a favore di quella permanente, ma verosimilmente anche una moderata crescita dei livelli occupazionali. I due terzi dell’efficacia appaiono da ascrivere all’esonero contributivo sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato piuttosto che al nuovo contratto di lavoro a tutele crescenti; ciò segnala che l’effetto potrebbe essere assai minore nel 2016.
Nel dibattuto tema degli effetti del cosiddetto Jobs Act sul mercato del lavoro italiano nel 2015, occorre ricordare che tre sono state le misure normative che hanno avuto un impatto sul mercato del lavoro:
1) Decreto Poletti (D.L. 34/2014), entrato in vigore dal 21 marzo 2014 (poi convertito nella Legge 78 del 16 maggio 2014), che, modificando la precedente normativa su contratti a termine e apprendistato, ha aumentato la flessibilità in entrata nel mercato del lavoro;
2) Legge di Stabilità 2015, entrata in vigore dal 1° gennaio 2015, con la quale: a) è stato riconosciuto l’esonero per 3 anni dal pagamento dei contributi sociali (con l’eccezione di quelli dovuti all’Inail e con un limite di 8060 euro annui) per le imprese che avessero assunto con contratto a tempo indeterminato; b) è stata riconosciuta la deducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile Irap;
3) I decreti di attuazione del cosiddetto Jobs Act vero e proprio, ovvero della Legge-delega sul mercato del lavoro (n. 183 del 2014); in particolare, per le nuove assunzioni effettuate a partire dal 7 marzo è entrato in vigore il nuovo contratto a tutele crescenti, per il quale è stata stabilita una disciplina meno rigida nei licenziamenti sia individuali che collettivi.
Per verificare l’effetto di tali provvedimenti sull’occupazione abbiamo a disposizione due diverse fonti statistiche:
a) i dati Istat, basati sull’indagine campionaria sulle famiglie, che considerano tutti gli occupati (dipendenti e indipendenti) e rappresentano una fotografia dello stock di occupati;
b) i dati Inps, che raccolgono le informazioni da tutti i soggetti (prevalentemente datori di lavoro) tenuti a comunicare inizio, cessazione e trasformazione di un rapporto di lavoro, e che riguardano solo i contratti di lavoro subordinato (escluso pubblico impiego gestione ex Inpdap, lavoratori domestici e operai agricoli); sono dati di flusso e non sugli stock; riguardano il numero di contratti e non di lavoratori (diversi contratti possono essere applicati allo stesso lavoratore); da segnalare anche che vi è una discontinuità statistica tra i dati sino a maggio 2015 e quelli dei mesi successivi.
I dati Istat (provvisori mensili) mostrano che nel 2015 gli occupati sono aumentati (in termini non destagionalizzati) di 91 mila unità, all’incirca come nell’anno precedente (si tratta di una netta inversione di tendenza rispetto al 2013: vedi Figura 1). Ma è cambiata decisamente la tipologia della nuova occupazione. I nuovi occupati a termine sono cresciuti anche nel 2015, sia pure meno che nel 2014 (+85 da +117 mila). La principale novità è il netto aumento degli occupati dipendenti permanenti: +214 mila unità (dopo le -20 mila del 2014). È vero che in parte si è trattato di un travaso dall’occupazione indipendente (il cui trend è notevolmente peggiorato negli ultimi due anni: i lavoratori autonomi sono calati di ben 208 mila unità nel 2015). In effetti, ciò può essere stato il risultato non soltanto dell’esonero contributivo sui nuovi contratti a tempo indeterminato, ma anche delle norme contenute nel Jobs Act che hanno determinato una “stretta” su false partite Iva e contratti Co.Co.Pro.). È vero che la percentuale di lavoratori a termine sul totale dei dipendenti non è diminuita ma anzi aumentata nel corso del 2015 (da 13,6% a 14,1%: vedi Figura 2), ma sarebbe stato ben difficile invertire tale tendenza visto che per raggiungere tale obiettivo il rapporto tra i nuovi posti di lavoro stabili e quelli temporanei sarebbe dovuto essere superiore al rapporto tra gli stock di occupazione permanente e a termine (ovvero di oltre 7 a 1).
Più idonei ad analizzare l’andamento dei flussi appaiono i dati Inps, sia pure limitati ai rapporti di lavoro subordinato (o meglio a una parte consistente di essi). Tali dati (Figura 3) mostrano che nel 2015 il saldo netto tra attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro è stato positivo per oltre 600 mila unità (era negativo nei due anni precedenti). In particolare, per quanto riguarda i rapporti di lavoro a tempo indeterminato (Figura 4), il saldo è positivo per circa 764 mila unità (era negativo l’anno precedente). Nello specifico, i nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato (al netto dunque delle trasformazioni di contratti precedenti) sono aumentati di quasi 600 mila unità (erano diminuiti nel 2014).
I dati Inps mostrano anche il numero di rapporti di lavoro instaurati con la fruizione dell’esonero contributivo di cui alla legge 190/2014 (Tabella 1). Nel complesso del 2015, sono 1.442.726 i contratti avviati godendo dell’esonero contributivo (di cui 1.079.070 nuove assunzioni); la previsione ex ante del governo (inserita nella Relazione Tecnica alla Legge di Stabilità 2015) si fermava a un milione. In particolare, nell’ultimo mese dell’anno c’è stata una vera e propria “corsa” delle imprese per godere appieno dell’esonero contributivo sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato: la quota di tali contratti sul totale dei contratti attivati/variati è schizzata al 67,8% dal 38,4% medio dei precedenti 11 mesi.
In base ai dati Inps, nel corso del 2015 l’esonero contributivo sembra aver favorito non solo una ricomposizione dell’occupazione a favore di quella permanente, ma anche un aumento toutcourt dei livelli occupazionali: la componente a tempo indeterminato è stata trainante nell’innescare l’evoluzione positiva della variazione netta del totale dei rapporti di lavoro in essere (il totale dei rapporti di lavoro subordinato è aumentato di 605.971 unità nel corso dell’anno; il totale dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, comprese le trasformazioni di rapporti a termine o di apprendistato, è cresciuto di 764.129).
Ovviamente, è difficile stimare quanti dei nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato attivati nel 2015 non avrebbero avuto luogo in assenza dell’esonero contributivo (o del Jobs Act), ancor più difficile stimare l’effetto in termini di maggiore occupazione totale derivante dal complesso di nuove norme in tema di mercato del lavoro. Occorrerebbe un’analisi controfattuale. Tuttavia, stimiamo che:
1) l’esonero contributivo abbia avuto un effetto evidente nel far salire la quota di assunzioni a tempo indeterminato sul totale (dal 31,6% del 2014 al 40,9% del 2015, vedi Figura 5) con un picco a 67,8% nell’ultimo mese dell’anno) e dunque nel favorire una ricomposizione dell’occupazione a favore di quella permanente; risulta del tutto evidente che, a parità di livelli occupazionali, una maggiore stabilità nella tipologia di contratti di lavoro può favorire una maggiore crescita dei consumi (e un migliore accesso al finanziamento per l’acquisto di beni durevoli; proprio tale fattore, assieme al calo dei tassi di interesse e all’allentamento delle condizioni del credito, potrebbe spiegare la decisa ripresa evidenziata nel 2015 da consumi di durevoli, vendite di auto, mutui immobiliari);
2) sulla base delle elaborazioni della Banca d’Italia sui dati amministrativi preliminari delle Comunicazioni obbligatorie della regione Veneto (unica per la quale da tali dati è possibile ricostruire la dimensione di impresa e che fornisce informazioni tempestive sull’eleggibilità dei lavoratori per lo sgravio contributivo) relative ai primi 4 mesi dell’anno, effettuando alcune correzioni in base all’incidenza dei primi 4 mesi sul totale e al peso della regione sul totale, stimiamo che nell’insieme gli interventi governativi sul mercato del lavoro abbiano favorito non solo una ricomposizione dell’occupazione a favore di contratti a tempo indeterminato, ma anche una lieve espansione dei livelli occupazionali complessivi; più precisamente, dei quasi 610 mila nuovi contratti creati nel 2015 (sulla base dei dati Inps), circa 450 mila sarebbero da attribuire al ciclo economico e i restanti 160 mila alle misure governative (in particolare, gli sgravi contributivi avrebbero concorso a creare circa 110 mila nuove posizioni di lavoro dipendente, la nuova disciplina dei licenziamenti e il complesso delle altre norme del Jobs Act i restanti 50 mila). Se applicate (pur con un procedimento metodologicamente discutibile) alla variazione degli occupati secondo i dati Istat, ne risulterebbe che, senza gli effetti delle misure governative, gli occupati sarebbero aumentati di 66 mila unità (contro le 91 mila effettive).
In conclusione, sembra di poter dire che nel 2015 le misure governative abbiano avuto un effetto positivo nel favorire non solo una ricomposizione dell’occupazione ma anche un aumento dei livelli occupazionali. È vero infatti che la ripresa dell’occupazione era partita già dal 2014, ma anche in quel caso sembrano aver avuto impatto le misure normative e in particolare l’aumento di flessibilità in entrata sul mercato del lavoro determinato dal decreto Poletti (non a caso, nel 2014 a differenza che nel 2015, era stata trainante l’occupazione temporanea). Ciò aveva fatto sì che, diversamente da come accade di solito, l’occupazione tornasse in territorio positivo su base annua prima del PIL: gli occupati sono tornati a crescere su base tendenziale dal 2° trimestre 2014 (non a caso, quello dell’entrata in vigore del decreto Poletti), mentre il PIL quasi un anno più tardi ovvero dal 1° trimestre del 2015; nel 2014, gli occupati sono cresciuti di +0,4% in presenza di un calo del PIL di -0,4%.
Inoltre, è vero che a fine 2015 l’occupazione non è accelerata rispetto a fine 2014 (+91 contro +97 mila unità ovvero +0,4% da +0,6% in termini non destagionalizzati), tuttavia nell’insieme del 2015 (sempre sui dati grezzi) gli occupati sono aumentati dello 0,8% (almeno secondo i dati provvisori mensili) ovvero a un ritmo doppio rispetto all’anno precedente. Inoltre, ciò è avvenuto pur in presenza di una contrazione delle forze di lavoro, il che ha fatto sì che il tasso di disoccupazione, che era continuato ad aumentare nel corso del 2014 (al 12,7% dal 12,2% del 2013), abbia invece intrapreso una discesa significativa nel 2015 (all’11,9%). C’è anche da notare che una pressione al ribasso sulla creazione di nuovi posti di lavoro viene dal riassorbimento dei cassintegrati, la cui tendenza al calo è decisamente accelerata nel corso del 2015: da notare (Figura 6) che, dal picco toccato nel 3° trimestre 2014, il tasso di disoccupazione headline è calato di 1,4 punti, mentre una misura di “sottoccupazione” che tenga conto anche del numero di persone in cassa-integrazione (valutate in unità di lavoro a tempo pieno) è scesa di ben 2,6 punti (e ancor più marcato – di 2,9 punti percentuali – è il calo se si tiene conto anche del numero di lavoratori “scoraggiati”).
Semmai, i dubbi riguardano l’efficacia dell’esonero contributivo sopravvissuto in forma parziale nel 2016, visto che la “corsa” per godere appieno dell’incentivo nella parte finale del 2015 potrebbe essere dovuta a un “anticipo” di assunzioni, con un mero effetto di spostamento intertemporale delle stesse; in tal senso, una correzione sui dati di occupazione, in particolare a tempo indeterminato, è possibile nei primi mesi del 2016. Inoltre, l’ulteriore assorbimento dei cassintegrati (Figura 7) nonché la tendenza alla diminuzione dell’effetto-scoraggiamento (con conseguente aumento del tasso di attività), attesa accentuarsi nel corso dell’anno, potrebbe rallentare la discesa del tasso di disoccupazione nei prossimi mesi. La nostra previsione è per un tasso dei senza-lavoro solo di poco inferiore ai valori correnti (all’11,1%) in media nel 2016.


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