– Il giorno dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale, i rendimenti dei titoli di Stato italiani sono balzati di oltre 10 punti base sulle scadenze da 5 a 30 anni e di 8 su quella triennale………
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Questo violento movimento non ha praticamente toccato la Spagna, che si è mossa quasi in linea con il mercato tedesco. Il differenziale decennale con la Germania è risalito a 177 punti base. In parte, la tensione potrebbe essere stata amplificata dalla coincidenza con le aste di fine mese, che vedono il MEF offrire anche un nuovo BTP decennale, e già nella mattinata di oggi si è verificata una marginale correzione. Tuttavia, sarebbe incauto ignorare i segnali di nervosismo che si stanno manifestando. La causa è che la sentenza viene interpretata come favorevole allo scenario di elezioni entro il giugno 2017, opzione che appare ancor più credibile perché sostenuta da una parte della maggioranza di governo, oltre che da due dei maggiori partiti di opposizione. Teoricamente, non ci sarebbe nulla di male in questa accelerazione: in particolari condizioni, sarebbe uno scenario favorevole alla formulazione di budget 2018 dal respiro più strategico, ed eviterebbe di registrare il picco di incertezza politica quando la BCE inizierà a preparare la chiusura del PSPP, che ha consentito finora di avere un alleggerimento dell’esposizione al mercato italiano senza ripercussioni sul costo del debito pubblico. Se non fosse che le simulazioni della legge elettorale sulla base dei sondaggi di opinione mostrano che la formazione di maggioranze di governo in Italia sarebbe ancora più problematica di quanto non le è stato in Spagna nel 2016: a meno che non intervenga nei prossimi mesi un nuovo significativo spostamento dei flussi elettorali, infatti, nessuna coalizione post-voto che rientri nel novero del possibile avrebbe la maggioranza assoluta in Parlamento. Perciò, lo scenario che in questo momento viene percepito come più probabile dagli investitori è che le elezioni non risolvano affatto l’incertezza, e che (come in Spagna nel 2016) l’Italia possa essere obbligata a votare di nuovo dopo pochi mesi – cioè proprio quando i mercati potrebbero essere alle prese con la dismissione del PSPP -, prolungando nel frattempo il condizionamento del ciclo elettorale sulle politiche economiche. Ovviamente, la situazione non è quella del 2011: la struttura del debito estero è oggi più robusta (una quota importante è nei confronti dell’Eurosistema), ci sono meno titoli di Stato nei portafogli esteri e l’Eurozona si è dotata di diversi meccanismi di salvaguardia che potrebbero essere attivati in caso di stress finanziario. Inoltre, considerando il basso livello di partenza dei tassi, l’aumento dei premi al rischio dovrebbe essere eccezionalmente ampio per far salire il costo medio del debito. Però l’aumento dei rischi specifici potrebbe indurre gli investitori a esigere differenziali di rendimento più alti di quelli odierni per decidersi a mantenere un’esposizione sul debito italiano.
– Riguardo al futuro dell’APP, questa settimana si è ripetuto il confronto dialettico fra i membri tedeschi del consiglio, che vorrebbero accelerarne la chiusura, e altri (come il francese Villeroy de Galhau) che hanno sottolineato come i differenziali di inflazione riflettano le differenze fra le economie degli Stati membri, e che la politica monetaria debba invece riflettere la situazione complessiva dell’Eurozona. Riteniamo che neppure i membri tedeschi puntino davvero a cambiare le decisioni di dicembre sull’estensione del programma, ma che piuttosto stiano preparando il terreno per promuovere una chiusura più rapida nel corso del 2018.
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