Il piano di sostegno all’Irlanda e le decisioni della BCE mostrano che, per ora, l’UE rimane ancora fedele alla ricetta tradizionale di austerità e pazienza per gestire la crisi…….
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Per quanto riguarda invece i meccanismi da utilizzare dopo il 2013, la Commissione Europea ha presentato le linee guida di un meccanismo permanente di intervento. Le Autorità hanno sottolineato la determinazione dei paesi a salvare l’euro in caso di difficoltà di paesi membri. L’accordo indica l’istituzione dal 2013 di un nuovo ampio fondo per i salvataggi che sostituirà quelli esistenti oggi. I nuovi titoli emessi dal 1° luglio 2013 conterranno delle collective action clauses in base alle quali i creditori dei paesi considerati insolventi potrebbero dover contribuire a un eventuale bailout attraverso una ristrutturazione del debito da attuare prima dell’erogazione di nuovi fondi. Questo meccanismo verrà attuato “caso per caso” e non sarà “automatico”. In base agli accordi si distingue tra situazioni di “illiquidità” e di “insolvenza”. Un paese con problemi di liquidità potrebbe attingere ai fondi del nuovo European Stabilisation Mechanism, contemporaneamente mettendo in atto misure fiscali di aggiustamento. In caso di problemi di insolvenza (determinata congiuntamente da FMI, BCE e Commissione Europea) invece il paese in difficoltà dovrebbe negoziare con i detentori del proprio debito una ridefinizione dei termini, come condizione per ottenere finanziamenti dal meccanismo europeo.
Sul fronte dell’Irlanda, il pacchetto di prestiti per un totale di 85 miliardi è composto nel modo seguente: 1) 17,5 miliardi è il contributo della stessa Irlanda (di cui 10 miliardi di investimenti del fondo-pensione nazionale); 2) dei 67,5 di aiuti esterni, un terzo (22,5 miliardi) verrà dal FMI e due terzi (45 miliardi) dai paesi europei; 3) di questi ultimi, 22,5 miliardi proverranno dall’European Financial Stability Mechanism (fondi di immediata disponibilità presso l’Unione Europea, garantiti da risorse comunitarie), 17,5 miliardi dall’European Financial Stability Facility e 4,8 miliardi da prestiti bilaterali da Regno Unito (3,8 miliardi), Svezia (0,6 miliardi) e Danimarca (0,4 miliardi). I vari prestiti hanno scadenze e tassi diversi, ma si calcola una scadenza media di 7 anni e mezzo e un tasso medio di circa il 5,8%. Degli 85 miliardi del pacchetto, 50 andranno a coprire il fabbisogno pubblico (dovrebbero essere sufficienti a tal scopo per almeno due anni e mezzo) e 35 saranno destinati al sistema bancario (10 miliardi per fronteggiare le esigenze di ricapitalizzazione immediata e i restanti 25 miliardi per costituire un fondo di stabilizzazione). In sintesi, le buone notizie sono che: 1) gli attuali detentori del debito irlandese eviteranno haircuts; 2) le condizioni del prestito in termini di tasso e scadenza appaiono sostenibili; 3) all’Irlanda viene concesso un anno in più per la correzione fiscale (si accetta che il deficit possa tornare sotto il 3% nel 2015).
La sistemazione del problema irlandese segue per ora l’approccio tradizionale: riportare i conti su un sentiero virtuoso per convincere gli investitori che i timori di insolvenza sono infondati, e dimostrare che la tenuta dell’unione monetaria rimane fuori discussione. L’intervento della Banca Centrale Europea rimane limitato ad accomodare la domanda di liquidità, mentre il programma di acquisti funzionerà a ritmi ridotti. Secondo questa logica, presto o tardi una parte del mercato vedrà negli spread pagati dai periferici un’opportunità, e i flussi di investimento elimineranno gli eccessi. In ogni caso, la soluzione ‘facile’ degli acquisti massicci di debito in stile Fed o Bank of England non sembra ancora prossima. Ma ciò ha due implicazioni: primo, che la normalizzazione potrebbe richiedere mesi o anni, piuttosto che settimane; secondo, che nel frattempo i sistemi nazionali sotto pressione devono sostenere le fasi acute di sfiducia con le proprie forze.
Fonte: Intesa San Paolo Spa
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