Nell’ultima settimana, il referendum scozzese del 18 settembre sulla secessione dal Regno Unito è entrato nel novero dei fattori geo-politici di rischio. Un processo di separazione consensuale può essere gestito senza conseguenze disastrose, anche se è complesso. I rischi sono più per gli scozzesi che per il resto del mondo. …..
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Comunque, ora che la campagna diventa più simmetrica la maggiore evidenza data ai rischi e ai costi potrebbe nuovamente spostare l’opinione pubblica a favore dell’unione.
Nell’ultima settimana, il referendum scozzese del 18 settembre sulla secessione dal Regno Unito è entrato nel novero dei fattori geo-politici di rischio. La novità è che nelle ultime settimane i sondaggi hanno segnalato un’erosione del margine di vantaggio del no, e uno di questi per la prima volta ha registrato un vantaggio marginale per il sì. Ciò ha portato improvvisamente sugli schermi lo scenario, ritenuto impensabile, di una scissione del Regno Unito.
Ipotizziamo che il referendum si concluda effettivamente con una vittoria dei secessionisti: quali conseguenze ne deriverebbero? L’esperienza della Cecoslovacchia mostra che un processo di separazione consensuale può essere gestito senza conseguenze disastrose, anche se non è banale, non è rapido e non è assolutamente privo di costi. Sarebbero probabilmente necessari anni alla Scozia per creare le istituzioni (banca centrale, enti di vigilanza ecc.) necessarie al funzionamento della sua più complessa economia, accordarsi con il Regno Unito sulla ripartizione di debito e attività pubbliche e negoziare l’adesione all’Unione Europea in coincidenza con la dichiarazione di indipendenza. Il rischio per la Scozia è che, essendo relativamente piccola rispetto al resto del Regno Unito, possa subire una fuoriuscita di attività produttive e finanziarie come misura cautelativa contro i costi e i rischi legati alla discontinuità istituzionale e monetaria (nonostante la poco credibile affermazione di voler mantenere un’unione monetaria con l’Inghilterra).
Un altro tema talora citato come conseguenza negativa della possibile secessione scozzese è quello dell’effetto imitazione. Altri movimenti secessionisti potrebbero trarre incoraggiamento da questa esperienza, tornando a promuovere proposte di scissione. I casi più spesso citati sono quelli del Québec (arrivato molto vicino alla secessione negli anni ’90) e della Catalogna (dove una grande manifestazione si è tenuta giovedì 11), ma alcuni si spingono fino a ipotizzare che la frenesia coinvolga il Veneto e la Baviera. Questo tipo di valutazioni presenta due debolezze: primo, trascura le peculiarità nazionali, che possono essere di grande ostacolo alla promozione di istanze secessioniste; secondo, ignora i possibili effetti negativi sulle istanze secessioniste di altri paesi che potrebbe avere l’evidenza di effetti economici negativi di una vittoria degli indipendentisti scozzesi. Se il successo dei sì fosse seguito da un crollo della sterlina, da una riduzione dei flussi di capitale e da spostamento di sedi aziendali dalla Scozia verso l’Inghilterra, come misura cautelativa, l’impatto sulle istanze secessioniste negli altri Paesi sarebbe negativo. I primi a pentirsi di un successo del referendum potrebbero essere proprio gli scozzesi. La sterlina ne soffrirebbe (nell’immediato, almeno), ma non è scontato che leconseguenze sarebbero così negative da modificare le prospettive economiche del Paese nel suo complesso, e da rimuovere la necessità di rialzi dei tassi il prossimo anno.
Ciò detto, non si deve dare per scontato che la tendenza recente dei sondaggi si traduca ineluttabilmente in una vittoria finale dei secessionisti. In primo luogo, la maggior parte dei sondaggi continua ad attribuire un vantaggio agli unionisti. Secondariamente, maggiori sforzi vengono ora profusi nel chiarire agli elettori che un’eventuale secessione non sarebbe un processo tranquillo e gioioso verso il benessere, e la campagna sta diventando più simmetrica. Ancora più rilevanti nell’influenzare gli indecisi potrebbero rivelarsi gli avvertimenti riguardo alla necessità di doversi dotare di proprie istituzioni monetarie e di vigilanza bancaria, esoprattutto i segnali che alcune banche e imprese potrebbero cautelativamente spostare la sede fuori dalla Scozia per evitare i rischi connessi alla transizione. In conclusione, possiamo ancora sperare che la paura del salto nel buio prevalga, e che gli unionisti abbiano la meglio.
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