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Il Punto: Incertezza politica sempre più diffusa in Europa.

Economia USA: il pieno impiego è qui…..


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Uno dopo l’altro, tutti i governi che hanno gestito la crisi del debito vengono puniti dagli elettori alle elezioni politiche. Nei giorni scorsi è toccato anche all’Irlanda bocciare la maggioranza uscente e, come è già avvenuto in Portogallo e Spagna, il verdetto delle urne non è stato in grado di produrre una maggioranza alternativa, mettendo a nudo l’inadeguatezza dei sistemi elettorali senza ballottaggio a gestire i mutamenti nella distribuzione del consenso elettorale. In Irlanda si corre il rischio di avere un esecutivo di minoranza, costretto a negoziare ogni misura con l’opposizione in Parlamento – sebbene la distanza ideologica fra i maggiori partiti non sia tale da far temere un totale blocco dell’azione politica. In Portogallo, la via di uscita è stata la costituzione di un debole Governo di sinistra. In Spagna, il tentativo del PSOE di organizzare una coalizione di centrosinistra con Ciudadanos e Podemos è fallito miseramente, e sembra sempre più difficile evitare lo scioglimento del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni a giugno. Il terremoto politico è destinato ad allargarsi ulteriormente il prossimo anno con le elezioni in Germania e Francia, in questo caso per motivi che hanno ben poco a che fare con le politiche di austerità. In effetti, la crisi di consenso dei governi europei ha motivazioni diverse e, perciò, stimola risposte contrastanti e incompatibili: una risposta comune europea all’insoddisfazione degli elettori semplicemente non esiste. Al contrario, è probabile che la reazione difensiva dei governi in carica, dove esistono, protragga la paralisi decisionale degli organismi comunitari anche oltre il referendum britannico sull’Unione Europea, rendendo più difficile il raggiungimento di compromessi sui dossier aperti e rendendo del tutto implausibile che si possa affrontare quel discorso di riforma istituzione dell’Eurozona che recentemente anche la BCE è tornata a sollecitare.

L’ employment report sorprende ancora verso l’alto a febbraio: forte accelerazione della crescita degli occupati, tasso di disoccupazione stabile, aumento della forza lavoro; il calo dei salari è una fisiologica correzione dopo +0,5% m/m di gennaio. Gli occupati non agricoli aumentano di 242 mila, e i dati dei 2 mesi precedenti sono rivisti complessivamente di 30 mila. La variazione media degli ultimi 3 mesi, a 228 mila, è in linea con la media del 2015 (+221 mila). Il settore privato crea 230 mila posti. La crescita occupazionale accelera nei servizi privati (+245 mila); nella sanità la dinamica è forte (+86 mila). Le costruzioni segnano un aumento di 19 mila, e proseguono sul sentiero positivo del 2015. La crescita occupazionale cala nel manifatturiero (-16 mila), dopo il dato forte (e non sostenibile) di gennaio; nell’estrattivo prosegue la correzione. Il settore pubblico crea 12 mila posti. L’occupazione rilevata con l’indagine presso le famiglie, tipicamente volatile, registra un aumento di 530 mila (media 3 mesi: 543 mila).

Il tasso di partecipazione aumenta a 62,9%, con la forza lavoro in rialzo di 555 mila. Il tasso di disoccupazione resta a 4,9% (minimo da 2/2008). Il tasso di occupazione sale a 59,8% (massimo da 4/2009). Il tasso di disoccupazione allargato (U-6) a sotto-occupati e scoraggiati scende a 9,7%. Unici nei nel rapporto: 1) salari orari in calo di -0,1% m/m (ma dopo una variazione di 0,5% m/m a gennaio); 2) ore lavorate in calo di -0,6% m/m, ma nel manifatturiero le ore sono stabili, e coerenti con modesto aumento dell’output.

I dati sono molto positivi, per la combinazione di crescita di occupati, forza lavoro, tasso di occupazione, con disoccupazione allargata in calo. Da mesi si prevede un rallentamento della crescita degli occupati, che invece continua a marciare a pieno ritmo: il risultato è ulteriore riduzione delle risorse inutilizzate sul mercato del lavoro. La stabilità del tasso di disoccupazione e il calo di U-6 segnalano continua riduzione di slack . La Fed mira a fare overshooting su entrambi gli obiettivi di massima occupazione e inflazione al 2%. L’employment report di febbraio non modifica la previsione di una pausa dei tassi a marzo, giustificata dai rischi globali e dall’aumento di restrizione finanziaria realizzato da gennaio in poi. Questi freni esogeni daranno tempo alla Fed, ma non tanto quanto si attende il mercato.


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