Le spinte centrifughe evidenziate dal voto europeo e il collasso dei partiti moderati in Francia porteranno a un’interpretazione più elastica del patto di stabilità. Non sembra questa, invece, la stagione più favorevole per ridisegnare ancora la governance dell’Unione…
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– Il voto europeo del 25 maggio avrà conseguenze importanti per il processo di risanamento dell’economia europea. Il basso livello di partecipazione e il successo ottenuto in vari Paesi da movimenti di estrema destra e antieuropei hanno confermato che le spinte centrifughe si sono rafforzate con la crisi. E non si può certo pensare che il Parlamento frammentato e diviso uscito dal voto possa rappresentare il volano di una riforma della governance europea che superi l’impostazione al ribasso che ha prevalso negli ultimi anni – a maggior ragione ora che almeno il 20% del Parlamento vorrebbe fare marcia indietro sull’integrazione. Se un cambiamento di politica ci sarà, potrà essere soltanto nell’ambito dei Trattati e delle regole esistenti, sfruttando al massimo gli spazi di interpretazione. Realisticamente, non sembra questa la stagione più favorevole per ripensare ancora la governance dell’Unione.
– Qualche cambiamento di interpretazione delle regole, però, è probabile che ci sarà. Il motivo è che la consultazione elettorale poteva avere – ed ha avuto – anche importanti risvolti nazionali, in grado di influire sul panorama europeo molto più che i cambiamenti avvenuti nella composizione del Parlamento europeo. Il segnale più preoccupante è arrivato dalla Francia, dove sia i socialisti sia la destra moderata stanno perdendo rapidamente terreno a vantaggio dell’estrema destra del Front National. Se la tendenza non sarà ribaltata da qui alle prossime elezioni presidenziali, previste nel 2017, l’Eurozona perderà uno dei pilastri dell’integrazione e la Germania perderà il suo principale interlocutore. L’altro problema, più immediato, è quello della strategia che i socialisti francesi adotteranno per recuperare terreno. Al momento pare che l’idea sia quella di ottenere spazio per una politica fiscale più accomodante, proseguendo intanto con le riforme già annunciate e sperando negli effetti taumaturgici della ripresa economica. La Germania sembra avere tutto l’interesse a venire incontro al governo francese su questo punto, purché la forma del patto di stabilità rimanga salva.
– L’impatto sulla fiducia che ha avuto il risultato italiano è stato di segno totalmente opposto, ma spinge nella stessa direzione del disastro francese. L’interpretazione largamente prevalente fra investitori e analisti è che la forte avanzata del PD ha fornito l’investitura a portare avanti il programma di riforme annunciato a fine febbraio, contribuendo altresì a rafforzare la posizione del Primo Ministro anche nei confronti della rappresentanza parlamentare del suo partito. Né al momento sembra concretizzarsi l’altro rischio, cioè che l’opposizione tolga il sostegno alle riforme elettorale e costituzionale per il timore di dare troppi vantaggi al PD. Giovedì l’agenzia di rating Fitch ha valutato come positivo per il rating dell’Italia l’esito delle elezioni europee, mentre tutta la tornata di collocamenti di debito pubblico ha avuto buona accoglienza nel mercato (ovviamente, merito questo anche delle aspettative di stimolo monetario BCE). Vi sono grandi aspettative che lo slancio si traduca in un’accelerazione del processo di riforma, rallentato in maggio proprio dall’approssimarsi del test elettorale.
– Tuttavia, il successo del Governo in carica poggia anche su una strategia di politica fiscale che ha rinviato il conseguimento degli obiettivi fiscali di medio termine, e che necessiterà di interpretazioni flessibili del patto di stabilità perché possa essere mantenuta. Dato che la ripresa economica italiana è anche una delle più fragili, sarebbe masochistico per le Autorità europee insistere per il rispetto dell’originario percorso di consolidamento – fermo restando che l’elevato debito pubblico rende improponibile una politica fiscale espansiva in Italia. Come già avvenuto per la Spagna, la via di uscita potrebbe essere rappresentata da una combinazione di revisioni metodologiche (la correzione per gli effetti ciclici sembra il maggiore candidato) e di sfruttamento dei margini di flessibilità garantiti dal patto di stabilità. E chissà se anche il maggiore attivismo della BCE non trovi in parte alimento dalla volontà di arginare la crescente opposizione all’integrazione europea.
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