Una settimana relativamente tranquilla non è stata movimentata più di tanto da input americani (minute della Fed e CPI) ma si è vivacizzata venerdì con un discorso di Draghi che è riuscito ….
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a tener viva l’aspettativa per un’ulteriore accelerazione da parte dell’ECB. Il taglio a sorpresa dei tassi in Cina, avvenuto un paio d’ore dopo, ha buttato ulteriore benzina sul fuoco di borse già esplosive.
Draghi ha mostrato un’accresciuta preoccupazione e senso d’urgenza sulla disinflazione europea e sul rischio che le aspettative d’inflazione possano deragliare pericolosamente verso il basso. Ha inoltre difeso con particolare fermezza l’efficacia potenziale dei programmi di acquisto di asset (QE nelle sue varie forme) anche in un’economia fortemente basata sull’intermediazione bancaria come quella europea. I meccanismi di spinta al ribilanciamento dei portafogli (verso asset più rischiosi) degli operatori finanziari e l’effetto segnaletico (di determinazione nel perseguire un target d’inflazione), tipici argomenti usati dai difensori dell’utilizzo di misure monetarie non convenzionali, sono stati citati con chiarezza. Il riferimento all’importanza della magnitudo nell’espansione dello stato patrimoniale della banca centrale nei casi di US, UK e Giappone, fa pensare che la sua risposta in caso di effetti limitati del QE non sia quello di sospendere gli acquisti ma di aumentarli. Da notare anche che non sono stati citati esplicitamente in questa occasione i rischi legali e istituzionali che potrebbero frapporsi all’implementazione di alcuni programmi di acquisto, come quello di titoli governativi. D’altra parte simili rischi ci vengono ricordati con noiosa continuità da falchi come Weidmann, Mersch e Novotny. Quando questo avviene, come oggi, gli asset europei perdono un po’ di smalto e l’euro riacquista compostezza, ma al momento è Draghi a imporre il trend.
Questa dinamica sta naturalmente amplificando le attese per il prossimo meeting dell’ECB, giovedì 4 dicembre. Lo spettro potenziale dei possibili annunci si sta ampliando. Si va da un, a questo punto, deludente approccio ‘wait and see’ a possibili accelerazioni su annunci (o pre-annunci) di programmi di acquisto di titoli sovranazionali, obbligazioni societarie non finanziarie o, addirittura, titoli governativi. Nel frattempo la dinamica di riduzione dell’ampia forbice nella performance che l’azionario americano aveva accumulato su quello europeo sta prendendo velocità. Come dicevamo nell’outlook della scorsa settimana, ci aspettiamo che questo possa continuare per qualche tempo, in particolar modo se il trend di rafforzamento del dollaro e d’indebolimento del petrolio non subiranno inversioni.
Da un recente studio di David Bianco di Deutsche Bank si può capire perché un petrolio debole e un dollaro forte possano non essere particolarmente graditi all’azionario a stelle e strisce.
Un terzo dei ricavi delle aziende presenti nell’indice S&P 500 e 40% dei loro profitti vengono prodotti all’estero (era solo il 15-20% negli anni ‘80 e ‘90). Se si escludono Telco, Utilities e Financials si sale addirittura al 50% (di cui metà in valuta estera). Inoltre l’S&P 500 è più ‘produttore’ che ‘consumatore’ di petrolio: l’impatto negativo di un petrolio che si mantiene stabilmente intorno a quota 80 dollari sui profitti del comparto Energy, è troppo forte per essere controbilanciato dai guadagni in altri settori. Il meeting dell’OPEC del 27 novembre, da cui quasi nessuno si attende un taglio significativo della produzione, rappresenta un primo fattore di rischio. Quello ben più rilevante per l’Europa, è rappresentato da possibili delusioni nelle aspettative ormai abbastanza corpose che la conferenza stampa di Draghi potrebbe generare il 4 dicembre.
Dati macro. US: crescita Q3 GDP, indice prezzi delle case Case-Shiller, fiducia dei consumatori (martedì), vendite di beni durevoli, consumi e redditi personali, indice di inflazione PCE, indice Chicago PMI (mercoledì). Eurozona: crescita GDP tedesca e vendite al dettaglio italiane (martedì), disoccupazione tedesca, CPI tedesco e spagnolo (giovedì), vendite al dettaglio tedesche, CPI per tutta l’area (venerdì). Altro: vendite al dettaglio canadesi (martedì), crescita GDP UK (mercoledì), bilancia commerciale neozelandese (giovedì), CPI, vendite al dettaglio e produzione industriale giapponese, crescita GDP canadese (venerdì).
Banche centrali. Agenda molto scarna. I tassi sono rimasti invariati oggi in Israele (0.25%) e lo rimarranno molto probabilmente anche in Ungheria (2.10%, martedì) e Colombia (4.50%, venerdì).
Fonte: JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management – BONDWorld.it
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