JCI: Participation rate: un fondamentale economico di cui si parla ancora troppo poco

Il tasso di disoccupazione statunitense in questo periodo, è uno dei fondamentali economici più osservati da operatori e investitori, poiché da esso potrebbe dipendere la velocità del c.d. “tapering”, cioè la riduzione o annullamento delle operazioni straordinarie di…


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espansione monetaria della FED.

Negli ultimi tre anni il tasso di disoccupazione in USA è diminuito dal 10% al 6,7%, quindi in deciso miglioramento. Eppure un altro dato punta in direzione diametralmente opposta, è un dato di cui si parla molto poco (se non in pubblicazioni molto specializzate): il tasso di partecipazione al mercato del lavoro –c.d. paricipation rate-.
La popolazione di ogni paese infatti si divide in persone attive che vogliono lavorare e persone non attive, come p.es. i pensionati, le casalinghe e gli studenti, o altre persone che per vari motivi non partecipano al mercato del lavoro.
Data tutta la popolazione di un paese quindi, per calcolare il tasso di disoccupazione, prima si sottrae la percentuale di persone non attive, e solo di quelle che restano si verifica quanti sono alla ricerca di lavoro per determinare il tasso di disoccupazione.
Negli USA, se è vero che la disoccupazione è scesa, è altrettanto vero che il tasso di partecipazione è sceso quasi altrettanto, passando dal 66% al 62,8%. In termini percentuali quindi, la popolazione statunitense che ha un lavoro o che cerca lavoro è in continua diminuzione; la disoccupazione quindi è diminuita solo perché sono meno le persone attive, che hanno un’occupazione oppure la cercano.


Questa circostanza fa ovviamente abbastanza la differenza, un conto è avere meno disoccupazione perché crescono i posti di lavoro, un conto e averla perché meno persone sono interessate al lavoro. La prima circostanza è ovviamente molto più desiderabile della seconda. Questo potrebbe spiegare la prudenza con la quale la FED sta “togliendo il piede dall’acceleratore”; la ripresa c’è ma è poco convincente.
Un’altra considerazione è che se il tasso di partecipazione dovesse ricominciare ad aumentare, magari perché con un’economia in miglioramento più persone sono invogliate a rientrare nel mondo del lavoro, il tasso di disoccupazione potrebbe smettere di scendere o addirittura, paradossalmente, tornare ad aumentare. Viceversa, se il calo nel paricipation rate è strutturale, come ipotizza una recente pubblicazione della FED di New York, poiché stanno andando in pensione i così detti “baby boomers”, cioè la generazione molto numerosa di persone nate negli anni ’60, la disoccupazione potrebbe continuare a decrescere velocemente.
L’andamento del paricipation rate potrebbe quindi fornire indicazioni aggiuntive sulla velocità del “tapering” e il comportamento della FED. Un participation rate che tornasse ad aumentare sarebbe compatibile con un comportamento più accomodante, un participation rate stabile sui livelli attuali o peggio ancora in ulteriore diminuzione potrebbe costringere la FED ad iniziare prima del previsto la fase di rialzo dei tassi di interesse (attesa attualmente tra fine 2015 e prima metà 2016).
Infine, ci sembra interessante mostrare i participation rate delle principali economie mondiali ed europee.


Chiaramente, le specificità di ogni paese e le modalità in cui i dati sono raccolti, impatta molto il dato delle singole nazione rendendo il confronto non del tutto compatibile. Tuttavia al grafico si possono trarre alcune considerazioni interessanti; p.es. il tasso di partecipazione molto basso del Giappone, che si contrappone ad una disoccupazione storicamente al di sotto del 4%-5%, rappresenta probabilmente uno dei motivi principali della scarsa crescita economica degli ultimi 20 anni.
Viceversa, il forte aumento del tasso di partecipazione in Spagna da metà anni ‘90, mitiga in parte il dato negativo sulla disoccupazione (ad oggi superiore al 20%).
In Italia il tasso di partecipazione rimane tra i più bassi, anche se in crescita rispetto a metà anni ’90.
Per buona parte delle economie europee, va ricordato che la generazione dei “baby boomers” è arrivata con 5-10 anni rispetto agli USA; se le considerazioni sul calo strutturale del participation rate fatte dalla FED di NY dovessero rivelarsi corrette, si potrebbe verificare in Europa quello che è successo negli USA negli ultimi 5 anni; una prospettiva non incoraggiante per la ripresa economica del vecchio continente.


Fonte: JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management

 

 

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