JCI: Un vento antieuropeista soffia sulle elezioni europee

I cittadini europei tra giovedì 22 – iniziando da UK e Olanda – e domenica 25 maggio andranno alle urne per eleggere i 751 deputati del Parlamento Europeo, leggermente ridotti dai 766 dell’attuale legislatura. I sondaggi…


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indicano che il voto di protesta, che si articola in modalità assai eterogenee, sarà significativo.

Possiamo definire ‘blocco del malcontento’ un insieme di forze politiche che spaziano da forme più radicali di protesta che chiedono l’uscita dall’Unione Europea (e/o l’abbandono della moneta unica) a partiti e movimenti fortemente critici nei confronti di come viene gestito il processo di integrazione europea e sono contrari a punti fondanti dell’attuale assetto, come il libero mercato di beni e capitali e la libera circolazione delle persone. Anche a livello di collocazione nell’arco parlamentare si spazia da partiti di estrema sinistra, tipicamente vetero-comunisti, a quelli di estrema destra, neo-fascisti, neo-nazisti o comunque con forti pulsioni nazionaliste.

La maggior parte degli eletti siede in gruppi parlamentari che per essere formati devono avere almeno 25 deputati provenienti da almeno 7 nazioni differenti. Riuscire a formare un gruppo porta visibilità e maggiori possibilità di partecipare ai sottili giochi di potere nei comitati che riescono in qualche modo ad orientare l’attività legislativa della Commissione Europea, su cui poi il Parlamento Europeo stesso avrà solo un ruolo di approvazione, emendamento o veto.  Un esempio è la visibilità che Nigel Farage, leader del UKIP (UK Independent Party) è riuscito ad avere essendo capogruppo dei 40 deputati dell’EFD (Europe of Freedom and Democracy) conquistando per se e il suo partito un grado di influenza importante nell’arena politica inglese.

Secondo una media degli ultimi sondaggi disponibili (fonte Vote Watch Europe) questo potrebbe essere il nuovo parlamento, se rimanesse diviso nei gruppi parlamentari attuali.


Molti partiti, specialmente quelli che si pongono in maniera fortemente critica rispetto al quadro istituzionale, sono tuttora parti mobili nei futuri assetti dei gruppi. Rispetto al grafico ci potremo aspettare:

ü     I gruppi ECR (European Conservatives and Reformists) e EFD (Europe of Freedom and Democracy) rischiano la sparizione. Nell’ECR i Tories sono in forte calo e il principale partito polacco Legge e Giustizia è in odore di migrazione nel grande gruppo del Partito Popolare (principale gruppo che contiene il centro-destra europeo). Nell’EFD alcune forze (Lega Nord e Partito Nazionalista slovacco) potrebbero spostarsi ancora più a destra nel neonato EAF (vedi sotto), lasciando UKIP incapace di formare un gruppo.

ü     La comparsa di un nuovo gruppo che si schiererebbe ancora più a destra dell’EFD, l’EAF (European Alliance for Freedom), che le proiezioni danno a 38 seggi, che accoglierebbe tra gli altri il Fronte Nazionale francese (Marine Le Pen), il Partito per la Libertà olandese (Geert Wilders), la Lega Nord italiana, il Partito della Libertà austriaco, il Partito Nazionalista slovacco.

Il gruppo ‘NI’, comprendente i parlamentari non affiliati ad alcun gruppo, è rappresentato all’estrema destra perché contiene formazioni radicali come i neofascisti ungheresi del movimento Jobbik o i greci di Alba Dorata ma in realtà andrà a contenere anche movimenti fortemente critici ma ben lontani da questo tipo di messaggio come il Movimento 5 Stelle, i Pirati tedeschi, Alternativa per la Germania e il ceco Alternative per Cittadini Scontenti.

Sommando questo variegato ‘blocco del malcontento’ ci possiamo aspettare, se i sondaggi più recenti verranno rispettati, un incremento dagli attuali 164 seggi (su 766) a un intorno di 220 seggi (su 751), quindi più o meno una crescita dal 21% al 30% del parlamento.

Un simile risultato può ovviamente essere considerato significativo ma è improbabile possa generare il vero e proprio terremoto di cui spesso ultimamente si parla. Gli effetti di questi inevitabili sviluppi elettorali sono comunque complessi. Queste le nostre riflessioni sull’argomento.

·        Il Parlamento Europeo, per quanto le sue prerogative siano aumentate con il trattato di Lisbona, rimane un organo che si limita a votare le proposte che arrivano dalla Commissione Europea e che riguardano soprattutto iniziative riguardanti il libero mercato. Il processo di integrazione e le vere riforme sono tuttora nelle mani del Consiglio Europeo, quindi degli esecutivi dei singoli stati. Qualsiasi stravolgimento negli equilibri parlamentari rimarrà in ogni caso un evento con limitate ripercussioni concrete.

·        Nonostante questi cambiamenti, il Parlamento Europeo continuerà ad essere fortemente controllato da partiti che privilegiano lo status-quo o, al limite, una maggiore integrazione. Il Partito Popolare Europeo (centro-destra) e i Social-Democratici (centro-sinistra) dovrebbero portare a casa circa 420 seggi (56%).

·        L’entità dell’aumento del voto di protesta non potrà comunque essere liquidato come se non fosse avvenuto.  La conseguenza più probabile sarà quella di rendere la crescita economica una priorità ancora più urgente. E’ possibile che il partito degli attivisti fiscali e monetari ne usca rafforzato rispetto all’ideologia dell’austerità e del conservatorismo monetario. Ovviamente non c’è garanzia che anche una decisa sterzata in questa direzione possa a questo punto essere sufficiente e non tardiva rispetto alle forze deflattive in atto ma, al margine, rappresenterebbe una buona notizia per l’economia e gli asset europei.

·        Un altro fattore che è destinato a limitare concretamente la sbandierata crescita del voto di protesta è il fatto che queste forze politiche faranno fatica a trovare un minimo comun denominatore. Le loro opinioni su temi come l’immigrazione, l’EuroZona, libero mercato vs protezionismo, temi sociali di varia natura sono spesso notevolmente divergenti. Già nel 2007 un gruppo parlamentare di estrema destra (Indipendenza, Tradizione e Sovranità) crollo sotto i colpi delle forti differenze su temi economici e sociali.

·        A livello nazionale i risultati potrebbero in alcuni casi provocare ripercussioni. Limitate nel caso di Inghilterra e Francia. In Francia il probabile primato del Fronte Nazionale non aiuterà certo Hollande, ma il colpo è già arrivato alle recenti amministrative e il rimpasto di governo con il nuovo PM Valls dovrebbe essere sufficiente a guadagnare spazio di manovra per fronteggiare questa attesa debacle. Nel Regno Unito i Tories saranno relegati a un malinconico terzo posto dietro a Laburisti e UKIP. Certo non un bel vedere per Cameron che diventerà forse ancora più ostaggio dell’ala destra del suo partito ma senza conseguenze letali per le elezioni, ancora lontane, del 2015, con una economia in sostanziale ripresa. In Italia un PD in scarso progresso e un M5S in significativa ulteriore crescita potrebbero essere una pericolosa battuta di arresto per il riformismo renziano. In Grecia é sicuramente dove si rischia di più. Se verrà confermato l’atteso crollo del Pasok, accompagnato da un’ulteriore crescita di Syriza, l’attuale governo di coalizione (Pasok + New Democracy) è davvero a rischio: la loro maggioranza nel parlamento di 300 deputati si è ridotta nei mesi a soli due seggi.

·        In 30 anni di elezioni l’affluenza alle urne è inesorabilmente calata (dal 62% al 43%, vedi grafico). I paesi dove si vota di più sono Belgio e Lussemburgo, più del 90%, dove il voto è ‘obbligatorio’. Il paese meno coinvolto è la Slovacchia (20%). Anche in Inghilterra non partecipano entusiasti: 35%. Sinceramente pensiamo che questa tornata elettorale possa segnare un rimbalzo rispetto ai minimi di affluenza del 2009. Sarebbe un bel segnale che l’Europa è un progetto con cui siamo destinati a convivere e come tale da non trascurare.

Affluenza alle elezioni europee, 1979 – 2009 (media di tuttti gli stati membri)

Fonte: Open Europe, Parlamento Europeo

Fonte: JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management

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