MC: Chi ha gonfiato la bolla cinese? La Cina preoccupa più della Grecia

L’indice CSI300, che replica l’andamento di 300 società quotate sulle Borsa di Shanghai e Shenzhen, è crollato di oltre il 30% in meno di un mese, dopo il picco del 12 giugno 2015…..


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Andrea De Gaetano  –  Senior Portfolio Manager  –  MC Capital Ltd


Lo sgomento nel veder in caduta libera le Borse della Cina, seconda economia mondiale, è stato tale da scalfire la quiete braminica finora dimostrata dal principale indice borsistico mondiale, lo Standard & Poor’s 500 (USA), rimasto quasi indifferente, sui massimi, alla questione greca

I crolli di Borsa, che di solito avvengono rapidamente, fanno notizia e finiscono subito sulle prime pagine. I rialzi, anche se ben più cospicui dei ribassi, tendono invece a rimanere inosservati perché si sviluppano su un arco temporale più ampio. Nelle ultime 52 settimane, l’indice CSI 300 era salito di oltre il 100%, con un’escursione di oltre il 150% dai minimi di luglio 2014 ai massimi di giugno 2015 (2134,80-5380,43).

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Il governo cinese, a braccetto con la PBOC (banca centrale), cercando di deviare il flusso di denaro dal mercato immobiliare, surriscaldato, al mercato azionario, aveva dapprima allentato le regole sui prestiti a margine, permettendo agli investitori di comprare azioni persino mettendo la casa in garanzia. Poi, ha tagliato a più riprese i tassi d’interesse e ridotto l’ammontare di riserve obbligatorie di molte banche. Per permettere agli investitori stranieri di accedere al mercato azionario cinese, ha creato un legame tra la Borsa di Hong Kong, più evoluta, e la Borsa di Shanghai. In Cina, riporta Bloomberg, ci sono oggi più investitori individuali, 90 milioni di persone, che membri del partito comunista.

Risultato: bolla sul mercato azionario cinese.

Segni di nervosismo sul mercato azionario cinese, tipici di ogni bolla, si sono iniziati a vedere già nel mese di maggio. Un esempio, la Hanergy Thin Film Solar, azienda leader in Cina nel settore dei pannelli solari, 40 miliardi di dollari di capitalizzazione sulla Borsa di Hong Kong, crollata del 40% in 24 minuti di negoziazioni. Declino tanto spettacolare e inspiegabile, quanto la salita nei mesi precedenti.

Nei mesi scorsi, le autorità cinesi, con la disinvoltura di un pistolero fuori controllo, da un lato hanno incoraggiato la speculazione allentando le regole per le assicurazioni nel comprare azioni, d’altro canto, nel tentativo di ridurre la leva finanziaria che ha gonfiato la bolla, hanno rialzato i margini di garanzia sui futures sui titoli azionari

La diffusa operatività a margine ha trasformato la fisiologica correzione (dopo un rialzo di oltre il 100% in meno di un anno ) in un crash con momenti panico. Nella giornata di ieri, oltre il 54% dei titoli azionari cinesi è stato sospeso al ribasso, con un crollo di circa l’8,5% nel corso della giornata. Chi aveva investito a leva è stato costretto a chiudere le posizioni, per mancanza di margini, accelerando la discesa.

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I nuovi interventi del governo cinese negli ultimi giorni sono riusciti a generare un rimbalzo tecnico nella giornata di oggi, ma la volatilità e l’incertezza restano elevate. Il crollo della Borsa cinese avviene in un contesto di rallentamento dell’economia, dal 7,5% al 7% annuo, che rischia di mettere alla prova la credibilità del governo cinese, tanto più che mentre alla ricchezza ci si abitua subito, abituarsi alla povertà è più difficile.

Al confronto del crollo della Borsa cinese, la questione greca sbiadisce. Resta però da un lato il nervosismo degli operatori, costretti a seguire costantemente ogni frase e battito di ciglia dei politici che fa improvvisamente cambiare la direziona del mercato. D’altro canto, sta sorgendo un problema di credibilità anche per le istituzioni europee. Cinque anni che si parla di Grecia, due salvataggi, nel 2010, nel 2012 (con parziale haircut del debito) e ora saremmo al terzo.

Riunioni tra 28 capi di governo, aerei e telefonate da una sponda all’altra dell’Oceano. Vertici di governo stressanti, anche notturni e nei week-end, per non risolvere nulla!

Il pragmatismo anglosassone ha trattato con ben altra efficacia la crisi della California, allora governata da Arnold Swarzenegger, tra il 2008 e il 2012, o il fallimento della città di Detroit, capitale dell’automobile, nel 2013. Nessuno si è mai sognato di espellerli dagli Stati Uniti. O dicendo un secco “no” al salvataggio del Porto Rico, la “Grecia americana”, che in questi giorni rischia un default da 72 miliardi di dollari.

Per non parlare di come, in altri tempi, si sono ridisegnate le cartine geografiche degli Stati, a tavolino, in pochi mesi, alla fine delle guerre.

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Operativamente e per concludere

Propendiamo per una soluzione almeno temporanea della questione greca durante il week-end e sul conseguente rimbalzo tecnico. Tuttavia, suggeriamo di restare sottopesati e/o protetti, in considerazione dell’alto grado di imprevedibilità e volubilità dei mercati e dei politici, in questo periodo in particolare.

Sull’eventuale rimbalzo tecnico, alleggeriremo i BTP acquistati nelle scorse settimane. Sull’Euro vediamo prevalere la logica del carry-trade (Borse in salita, Euro che scende e viceversa). Consideriamo 1,0880, 1,0920, livello d’acquisto e 1,1450 livello di vendita di breve, in attesa di nuova direzionalità che arriverebbe sopra 1,1450, al rialzo, o sotto 1,08, al ribasso.

Buon fine settimana a tutti!

Fonte: BONDWorld.it

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