Le oscillazioni dei colossi delle commodities sono state così violente questa settimana da oscurare tutto il resto. Volkswagen sbiadisce al confronto. La crisi greca, tutt’altro che risolta, sembra archiviata nell’album dei ricordi…..
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – MC Capital Ltd
Lunedì mattina, il tema Glencore e materie prime ha risvegliato gli investitori con una doccia fredda. Glencore è uno dei principali operatori al mondo nel settore “natural resources” (metalli, energia e prodotti agricoli), società svizzera quotata a Londra fra i componenti dell’indice FTSE 100. Dopo esser scesa da 342 sterline per azione di ottobre 2014 a 100 di inizio settimana, è tracollata nell’arco di due giorni fino al minimo di 66,67, per poi risalire fino a 97. Una volatilità impressionante per un titolo ad ampia capitalizzazione.

Come Glencore, molte altre aziende leader nel settore minerario ed energetico oggi quotano a prezzi frazionali rispetto a un anno fa. Barrick Gold, miniere aurifere, è scesa da 18 dollari di settembre 2014 ai 6 dollari attuali (nel 2011 valeva oltre 55 dollari!).
Freeport McMoran, attiva nel settore del rame, oro, cobalto, molibdeno, petrolio e gas naturale, è scivolata dai 35 dollari del settembre 2014 ai 10 dollari di oggi. Nel gennaio 2011, svettava oltre i 58 dollari.
Petrobras, leader petrolifero in Brasile, che oggi quota 8,54 Real brasiliani per azione, vale meno della metà di un anno fa e circa un quarto rispetto ai picchi del 2011. Se a questo aggiungiamo la svalutazione del Real brasiliano, che ha perso oltre il 50% nei confronti dell’Euro dal 2011 a oggi, il calo è ancora più vistoso.
Gli ingredienti di questo crollo sono da ricercare nel cocktail micidiale di rallentamento economico globale (con conseguente calo della domanda), sovraproduzione e rafforzamento del dollaro USA (moneta nella quale sono negoziate le commodities).
Cigliegina sulla torta, pesantissima, è il forte indebitamento della maggior parte delle società che operano nel settore delle materie prime (e non solo quelle). Lusingate da tassi d’interesse sui minimi per anni, le società si sono fortemente indebitate. Ora, con marginalità ridotta per il calo dei prezzi delle materie prime, fanno più fatica a pagare i debiti.
Uno studio di Harvard evidenzia poi come il costo di stoccaggio delle materie prime diventa più oneroso in caso di tassi d’interesse crescenti (in termini di mancato guadagno sugli interessi per il produttore). In quest’ottica, la prospettiva di un rialzo dei tassi d’interesse negli USA pesa ulteriormente sul settore, con costi di finanziamento e di stoccaggio più alti.

Le valute dei Paesi produttori ed esportatori di materie prime rispecchiano l’andamento del settore. Il Rand sudafricano è sui minimi dal 2008 (eur/zar 15,50). Il Real brasiliano ai minimi degli ultimi dieci anni. L’Euro ha più che raddoppiato di valore nei confronti del Real dal 2011 a oggi (eur/brl 4,44).
Il mercato sconta tutto in anticipo e quando le notizie arrivano sui giornali, spesso, il più è fatto. È significativo che uno dei più noti speculatori, il miliardario Carl Icahn, per la seconda volta questo mese abbia approfittato del calo delle quotazioni per aumentare la propria partecipazione nella società del settore energetico Cheniere, basata a Huston, portandola all’11,43%, dal precedente 9,59%.
OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE
La “ripresa economica” globale, di cui da anni si sente parlare, non convince nemmeno Christine Lagarde. Intervistata da CNBC, il direttore del FMI la ha detto che la ripresa, pur essendoci, sarà più debole il prossimo anno. Rallentamento cinese e rialzo dei tassi negli USA sono fonte di preoccupazione.
I rendimenti su Titoli di Stato e obbligazioni corporate delle “economie sviluppate”, Europa, USA, artificialmente compressi dalle politiche monetarie delle banche centrali, non remunerano abbastanza il rischio. È vero che dopo la turbolenza delle ultime settimane obbligazioni corporate come Volkswagen rendono oggi tre volte tanto rispetto a qualche settimana fa. Ma rendimenti intorno all’1,5% sulle scadenze a quattro anni, in termini assoluti, non sembrano ripagare adeguatamente rischi sempre più evidenti.
Nonostante la recente correzione, manteniamo ancora un’ottica difensiva sul settore azionario, in particolare USA. Più da trading tattico che da posizione di medio periodo. Le scarse prospettive di crescita, le tensioni geopolitiche e la turbolenza proveniente da mercati emergenti e materie stanno intaccando il trend ascendente dei mercati azionari, in atto dal 2009. Le armi delle banche centrali si stanno rivelando sempre meno efficaci.
Opportunità interessanti si intravedono nei settori energetici, delle materie prime e su alcune valute come Lira Turca e Rand Sudafricano che, sui minimi degli ultimi anni, scontano già nei prezzi scenari catastrofici, ma almeno rendono (tra il 7 e l’11% stando su emittenti di massimo rating). Una fase di lateralizzazione dopo i minimi recenti potrebbe essere l’opportunità per affacciarsi sul settore. A piccole dosi. Va infatti tenuto a mente che i mercati legati alle commodities e le valute emergenti hanno oscillazioni da mettere alla prova un cuore alla Fausto Coppi che, pedalando in salita, aveva più o meno le stesse pulsazioni cardiache di una persona normale che si alza dal letto.
Sul cambio Euro/Dollaro USA, area 1,1270 è diventato livello spartiacque fra un tentativo di nuovo recupero verso 1,1400-1,1550 (area di vendita) e un ritorno a 1,1080-1,1050 (area di acquisto).
Buon fine settimana a tutti!
Fonte: BONDWorld.it
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