Nazionalismo e populismo sono spesso figli dei periodi di crisi economica. La grave recessione economica in Europa, alla fine della Prima Guerra Mondiale, fu all’origine …
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – MC Capital Ltd
di importanti mutamenti politici negli anni seguenti. La situazione di diffuso malessere fu terreno fertile per movimenti politici nuovi che, rappresentando un cambiamento radicale, si affermarono rapidamente. In Russia, con la rivoluzione d’ottobre nel 1917 che mise fine al potere degli Zar. In Turchia nel 1923 con la Repubblica nazionalistica di Mustafa Kemal Ataturk che abolì il califfato e modernizzò lo Stato, laicizzandolo. In Italia e Germania con la nascita del fascismo e del nazionalsocialismo negli anni ’20.

In campo economico, questi movimenti avevano in comune l’interventismo dello Stato nell’economia, unito a un forte senso di identità nazionale.
Oggi, per fortuna non siamo reduci da una guerra, ma la crisi economica iniziata nel 2008 è di ampiezza paragonabile a quelle del 1907 e del 1929.
PARTITI ANTI-EURO E REFERENDUM IN SCOZIA, SPAGNA E SVIZZERA
Nelle elezioni europee del maggio 2014 è aumentato il peso dei partiti anti-euro, che rappresentano il malcontento economico di gran parte della popolazione europea.
In settembre, nel referendum sull’indipendenza scozzese ha vinto il no con il 55% dei voti. In Spagna, sono stati oltre due milioni i catalani che si sono presentati alle urne per il referendum “simbolico” (perché non ha alcun valore legale) sull’indipendenza della Catalogna e oltre l’80% dei votanti ha detto sì.
In Svizzera, il 30 novembre si conoscerà l’esito del referendum sulle riserve auree della Banca Nazionale Svizzera.
L’Unione Democratica di Centro, partito di maggioranza in Svizzera, guidato da Toni Brunner, ha promosso un referendum per il quale, in caso di vittoria dei sì, la Banca Nazionale Svizzera (BNS) dovrebbe portare le riserve auree dall’attuale 8% al 20% in cinque anni, rimpatriare l’oro che la Svizzera ha in parte depositato in Inghilterra e negli Stati Uniti e dichiarare invendibile il 20% delle riserve auree.
La manovra ha chiaramente una valenza politica, appellandosi al senso nazionalistico di centro destra dell’elettorato dell’UDC.
È molto probabile che vincerà il no e la BNS ha dichiarato che il referendum si basa sul concetto che “più c’è oro, più c’è stabilità”.
L’eventuale vittoria del sì comporterebbe vendite di franchi svizzeri per acquistare l’oro, quotato in dollari USA. La maggiore solidità del franco svizzero, sostenuto da maggiori riserve auree, renderebbero il franco più attraente, rafforzandolo. Per la BNS sarebbe più difficile sostenere il “peg” a 1.20 contro l’Euro, livello sotto il quale, dalla fine del 2011, la Banca Centrale Svizzera ha deciso di non far scendere il cambio Euro/Franco Svizzero.
Un franco troppo forte danneggerebbe le esportazioni.

Alle porte dell’Europa, emergono forze nuove. Nel 2010 e 2011 i movimenti di protesta della “primavera araba” nel Maghrebeb e Medio Oriente. In Iraq e Siria, il gruppo sunnita jihadista autoproclamatosi califfato dell’ISIS nel 2014. Il fascino di uno Stato i cui fondatori sono disposti a giocarsi la vita e vanno per le spicce è tale da attrarre nelle fila dei militanti anche cittadini occidentali ormai insofferenti delle burocrazie.
Anche in Europa, agli albori, i re conducevano in prima persona le battaglie sul campo. Ora, si combatte con i droni e per interposta persona, mandando avanti i curdi.
STIMOLI MONETARI
Gli stimoli monetari da parte delle banche centrali, noti come Quantitative Easing (QE), sono una forma di dirigismo economico, per reagire alla crisi.
Negli USA, grazie all’enorme liquidità, i mercati azionari e obbligazionari sono sui massimi e l’economia sta dando segni di ripresa, ma l’esposizione della Federal Reserve si è gonfiata a dismisura. Infatti, nell’ottobre 2014, la Federal Reserve ha deciso di chiudere il Quantitative Easing.
In Giappone, nonostante 2 anni di Quantitative Easing, l’aumento della tassa sui consumi ha portato il Paese a una nuova recessione.

RECESSIONE IN GIAPPONE
La recessione in Giappone arriva dopo quasi due anni dall’inizio del Governo del Primo Ministro Shinzo Abe, tornato al potere promettendo di rivitalizzare l’economia nipponica con il programma noto come “Abenomics” un misto di stimoli monetari, riforme e spese governative.
Il Giappone è scivolato in recessione nel terzo trimestre 2014. Il Prodotto Interno Lordo è arretrato dell’1.6% su base annua, dopo esser calato del 7.3% nel secondo trimestre, a seguito dell’aumento dell’IVA (dal 5% all’8%) che ha gelato la spesa dei consumatori.
I consumi, che rappresentano il 60% dell’economia giapponese, sono saliti dello 0.4% rispetto al trimestre precedente, meno della metà di quanto atteso.
Se l’economia reale non ne ha beneficiato, gli effetti degli stimoli monetari (Quantitative Easing) sono stati notevoli sulle attività finanziarie.
Lo Yen si è svalutato di oltre il 30% in due anni contro le principali valute e l’indice azionario Nikkei 225 ha più che raddoppiato di valore dai minimi, nonostante l’economia in peggioramento.

Guardando l’andamento degli indici azionari mondiali appare evidente che gli indici dei Paesi in cui è stato adottato il Quantitative Easing, come USA e Giappone, sono saliti nel corso dell’ultimo anno, mentre in Europa gli indici azionari si trovano sostanzialmente sui livelli del novembre 2013.
La Banca Centrale Europea, dopo aver annunciato più volte la possibilità di un Quantitative Easing europeo, si trova ora davanti all’evidenza del flop del Quantitative Easing giapponese che ha arricchito i pochi grossi azionisti delle società nipponiche, senza risolvere i problemi dell’economia reale. Il premier giapponese Shinzo Abe, a seguito dei risultati deludente del PIL giapponese, ha indetto elezioni anticipate. In parte, mosso dal senso di orgoglio del Sol Levante, in parte, promettendo il rinvio di una nuova tassa sui consumi, cosa che potrebbe farlo perdonare dall’elettorato.

Comunque la si giri, anche dove le economie migliorano, migliorano per pochi, non per tutti.
I Titoli di Stato dell’Eurozona sono sui massimi storici, saliti di prezzo e scesi di rendimento rispetto al novembre 2013, sostenuti dalle aspettative di un QE europeo. Il rendimento del BPT decennale sfiorava il 4% di rendimento, contro il 2.33% attuale. Mentre il Bund tedesco era intorno all’1.30% contro lo 0.83% di oggi.

L’Euro si è sgonfiato nei confronti delle principali valute.
È possibile che nella prossima riunione di dicembre la BCE temporeggi ancora, tenendosi le ultime frecce nella faretra per quando serviranno davvero. Auguriamoci che usino gli archi lunghi.
In caso di un nulla di fatto, l’Euro risalirebbe dai livelli attuali (1.25), Borse e Titoli di Stato scenderebbero. E viceversa.

OPERATIVAMENTE
Consideriamo i livelli di Euro/Dollaro USA tra 1.2550 e 1.2450 come spartiacque fra la prosecuzione della discesa dell’Euro o l’inizio di un rimbalzo tecnico.
In caso di raggiungimento nel breve di area 1.20-1.21 saremmo compratori di Euro/venditori di Dollari.
In caso di rimbalzo dell’Euro, torneremmo venditori di Euro/compratori di Dollari tra 1,2750 e 1.29.
Sui Titoli di Stato, attendiamo rendimenti più attraenti per comprare.
Sui mercati azionari, in attesa di maggiore volatilità nei prossimi mesi, suggeriamo una strategia di trading con progressiva riduzione dell’esposizione. Prendere rischi maggiori, ma con somme più piccole.
Buon fine settimana a tutti!
Fonte: BONDWorld.it
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