Schroders – USA: crescita solida, fari puntati sulla Fed

Schroders – La crescita degli USA nel secondo trimestre del 2026 è rimasta solida nonostante la contrazione del reddito reale

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A cura di George Brown, Senior Economist, Schroders


Il PIL ha registrato un andamento particolarmente positivo secondo il nostro indicatore preferito, ovvero le vendite finali private. Queste ultime sono aumentate del 3,9%, il risultato più forte dal primo trimestre del 2023, poiché i consumi delle famiglie hanno tenuto nonostante il forte aumento dei prezzi del petrolio. Attribuiamo questo risultato principalmente ai 60 miliardi di dollari di rimborsi fiscali erogati, che secondo le nostre stime hanno più che compensato l’aumento della spesa energetica con un margine di 15 miliardi di dollari. Anche se tali fondi dovessero esaurirsi completamente, prevediamo che le famiglie ridurranno il proprio tasso di risparmio piuttosto che tagliare altre spese. Prevediamo una crescita del PIL del 2,1% nel 2026, seguita da una modesta accelerazione al 2,3% nel 2027, sostanzialmente invariata rispetto alla nostra precedente previsione del 2,2% per entrambi gli anni. Dal mercato del lavoro sono giunti segnali contrastanti.

L’occupazione ha registrato un rallentamento durante l’estate, seguendo un andamento simile a quello del 2024 e del 2025, anni entrambi seguiti da una riaccelerazione nella seconda parte dell’anno. A causa di questa volatilità, continuiamo ad attribuire maggiore peso alle richieste di sussidi di disoccupazione, che indicano un mercato del lavoro stabile e solido. La crescita salariale finora non ha reagito, ma la situazione potrebbe benissimo cambiare. Come già segnalato in precedenza, una politica di immigrazione più restrittiva potrebbe ridurre la disponibilità di manodopera, e i recenti cali marcati del tasso di partecipazione potrebbero riflettere proprio questa tendenza. Se la situazione dovesse protrarsi, la crescita salariale potrebbe ancora registrare un’accelerazione, aumentando il rischio di effetti di secondo ordine. Gli indicatori dell’inflazione sottostante continuano a segnalare allarme.

Il nostro indicatore proprietario dei vincoli di capacità produttiva ha raggiunto il massimo degli ultimi 35 anni, un livello storicamente coerente con un’inflazione media troncata (CPI) superiore al 3%. Anche l’inflazione «supercore» continua a registrare valori superiori alla media pre-pandemia, suggerendo che le pressioni sui prezzi interni rimangano persistenti. In altre parole, l’inflazione sembra stabilizzarsi a un livello scomodamente elevato piuttosto che continuare a scendere. Alla luce di ciò, abbiamo leggermente rivisto al rialzo le nostre previsioni sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) al 3,7% nel 2026 e al 2,7% nel 2027. La conferenza stampa di Warsh a luglio ha lasciato gli investitori con più domande che risposte. Le sue osservazioni hanno seminato dubbi sull’impegno della Fed a garantire la stabilità dei prezzi, provocando un’ondata di vendite sul segmento a lungo termine della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro.

Sebbene il nostro nuovo scenario denominato «Crisi di credibilità della Fed» tenga conto di questo rischio, in ultima analisi attribuiamo la confusione a una comunicazione maldestra da parte di un presidente riluttante a fornire indicazioni prospettiche. Più in generale, all’interno del FOMC cresce il disagio nell’accontentarsi di attendere semplicemente che l’inflazione si attenui. Pertanto, prevediamo ora che la Fed inizi ad aumentare i tassi entro la fine dell’anno di un totale di 75 punti base, invertendo completamente i tagli “preventivi” dello scorso anno. Riteniamo che i rischi siano orientati verso un inasprimento maggiore piuttosto che minore. I differenziali di tasso dovrebbero favorire il dollaro. I mercati sono ancora lontani dallo scontare il ciclo di inasprimento che prevediamo, lasciando spazio a un aumento dei rendimenti statunitensi rispetto a quelli di altri mercati sviluppati.

Man mano che gli investitori scontano sempre più un atteggiamento più restrittivo da parte della Fed, prevediamo un rafforzamento del dollaro nel breve termine. L’esito delle elezioni di medio termine sembra ormai scontato. La storia suggerisce che l’impopolarità del presidente in carica costerà ai repubblicani la loro esigua maggioranza alla Camera, sebbene il partito abbia maggiori possibilità di mantenere il controllo del Senato. In ogni caso, il Partito Repubblicano sembra destinato a perdere la sua tripletta di potere, e la conseguente situazione di stallo legislativo difficilmente altererà in modo significativo le prospettive economiche.

Fonte: InvestmentWorld.it


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