Lo scenario politico in Spagna appare quanto mai frastagliato e incerto. Le elezioni regionali in Catalogna rappresentano un rischio serio per la coesione nazionale non solo nel breve, ma…
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anche nel medio periodo. Anche se il voto non dovesse portare a una vittoria schiacciante del fronte indipendentista, il Governo centrale non potrà più ignorare le spinte secessioniste di una delle regioni più ricche e più popolose del Paese. Il voto in Catalogna ha una portata europea, perché rischia di riaccendere i timori di uscita dalla moneta unica di un’entità territoriale parte dell’Unione Europea.
Il 27 settembre, la Catalogna è chiamata al voto per la terza volta dal 2010. Le elezioni sono state volute da Artur Mas, Presidente della Regione dal 2010, che si presenta come leader di una lista trasversale Junts pel Sí (JxSì) che raccoglie per la prima volta i partiti politici a favore dell’indipendenza della regione1. Le elezioni ufficialmente rinnoveranno il Parlamento della Regione ma in realtà Mas ha apertamente dichiarato di voler fare del voto un plebiscito per l’indipendenza avendo il Governo di Madrid rifiutato la concessione di un referendum nel 20122.
Le spinte indipendentiste in Catalogna sono motivate solo dalle politiche di autorità e maggiore controllo sulle autonomie regionali al fine di rispettare gli obiettivi fiscali posti dalla Commissione Europea. La Catalogna ha storicamente mostrato la volontà di affermare la propria identità culturale e linguistica e le politiche recenti del Governo Centrale hanno solo esacerbato le antiche mire indipendentiste.
Stando agli ultimi sondaggi la secessione non è impossibile. In ogni caso le tensioni non svaniranno se il fronte indipendentista non dovesse ottenere la maggioranza.
Gli ultimi sondaggi danno JxSì in testa con il 38%-43% delle preferenze e circa 24 punti di vantaggio su Ciudadanos (13-18%), oppositore del nazionalismo catalano. In terza posizione Catalunya Sí que es Pot (12-15%), ovvero la lista che unisce Podemos e i Verdi catalani, al 12,4%.
PSC, il partito socialista, è al 12% mentre i Popolari sono al 9,8%. Gli altri indipendentisti dello scacchiere, cioè gli anticapitalisti di CUP – Candidatura d’Unitat Popular, sono al 7% e potrebbero appoggiare la lista JxSì nel dopo elezioni potenzialmente spostando l’ago della bilancia e portando il totale delle preferenze intorno al 50%.
Non è affatto detto che i sondaggi saranno poi ricalcati dai voti effettivi, come insegna l’esperienza della Scozia di un anno fa, quando sembrava che una vittoria del fronte secessionista fosse scontata. Oltretutto, va considerato che l’esito del voto potrebbe essere spostato da una maggiore affluenza nella città di Barcellona, la più popolosa della Regione. La città di Barcellona, con una popolazione mista e una più elevata percentuale di immigrati dal resto della Spagna, potrebbe fare da ago della bilancia. Generalmente la partecipazione al voto regionale a Barcellona è piuttosto bassa, ma questa volta potrebbe fare la differenza. L’ultimo sondaggio dell’istituto CEO mostra che solo il 37% dei cittadini di Barcellona è a favore dell’indipendenza della regione. I politici indipendentisti sono 18 su 41, una rappresentanza forte ma ben lontana dal vantaggio schiacciante di cui godono nel resto delle aree più rurali della regione.

Quali gli scenari post voto?
Scenario 1 – Mas ottiene la maggioranza dei seggi. Consensi per il 43% sarebbero sufficienti perché Mas ottenga tra 62 e 65 seggi su 135, quindi la maggioranza dei seggi. Mas ha fatto sapere, in un’intervista rilasciata a Reuters lo scorso 22 settembre, che “se la lista unitaria dovesse ottenere la maggioranza in Parlamento si darebbe avvio al processo per la secessione della Catalogna nell’arco di 18 mesi”, un tempo ritenuto necessario per preparare la macchina amministrativa pubblica. Arturo Mas ha aggiunto ”di non essere più disposto a dialogare con il governo di Madrid su un Patto fiscale che assicuri una maggiore autonomia alla regione”.
Secondo Mas le minacce di incostituzionalità del Governo centrale sono poco credibili perché la decisione se rispondere o meno allo Stato centrale dipende dalle scelte dei catalani.
In realtà non è escluso a priori che un paese possa accordarsi per una scissione politica e territoriale come avvenne nel 1992 quando la Cecoslovacchia si divise in due entità statali separate che presero il nome di Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma in quel caso si trattava di una scelta concorde tra le due parti, nel caso della Catalogna si tratterebbe di una scelta unilaterale.
La Costituzione spagnola non regola la scelta unilaterale di una regione e/o territorio di staccarsi dal Governo centrale e quello della Catalogna rappresenta un caso senza precedenti. L’art 11 della Costituzione si limita a regolare la nazionalità di un cittadino spagnolo anche nel caso in cui risieda in un altro Paese. La legittimità di un processo di secessione (pacifica) rimarrebbe molto debole se poggiasse soltanto sul 43% dei voti validi, e dovrebbe essere piuttosto sostenuta dalla maggioranza assoluta degli elettori.
È probabile che nel caso in cui le preferenze per le posizioni indipendentiste siano inferiori al 50% si cercherà un accordo con il Governo di Madrid che consenta alla Regione una maggiore autonomia fiscale e amministrativa. I proclami intimidatori di Mas, comprensibili in questa fase, potrebbero cedere il campo a un atteggiamento più ragionevole in caso di vittoria parziale. Si tratterebbe comunque di un compromesso con conseguenze non trascurabili, che potrebbe stimolare altre regioni con una forte identità culturale a perseguire la stessa strada.
Che cosa ha da perdere la Catalogna?
La Catalogna è la seconda regione più popolosa della Spagna con 7,4 milioni di abitanti su un totale nazionale di 48 milioni e un reddito pro capite di circa 27 mila euro al di sopra della media nazionale di 22 mila e 700 euro. Con un PIL di oltre 200 miliardi, è un’economia di peso simile a quello dell’Austria, ed è la prima regione per contribuzione al prodotto interno nazionale. Il deficit della Regione era al 2,6% del PIL nel 2014, solo leggermente al di sopra della media delle amministrazioni regionali (1,7% del PIL regionale). La posta è quindi piuttosto alta e si comprende perché il tono del dibattito si sia fatto assai acceso nelle ultime settimane. Il Governo di Madrid e il Presidente del Consiglio Rajoy hanno cercato di influenzare il voto, sottolineando i rischi e i costi di una dichiarazione di indipendenza.
Il costo di una dichiarazione di indipendenza potrebbe essere assai oneroso se non fatale per la stabilità finanziaria della Regione e le prospettive di crescita ed è assai più elevato dei potenziali benefici derivanti da una maggiore autonomia legislativa ed amministrativa sulle maggiori entrate tributarie (il 40% secondo una stima della Generalitat de Catalunya del 2011, in realtà le entrati fiscali della Catalogna nel luglio 2015 ammontavano al 21% del totale). Tra le conseguenze negative:
1) Esclusione dall’Unione Europea. Sebbene Bruxelles non abbia assunto una posizione ufficiale sul voto di Domenica, la portavoce dell’Esecutivo Comunitario ha dichiarato che “qualunque regione che dichiara l’indipendenza da uno Stato membro esce automaticamente dall’Unione Europea” e dovrebbe negoziare un percorso di ammissione. L’uscita automatica dall’Unione si comprende dal momento che la Catalogna diventerebbe un nuovo Stato e per essere ammessi è necessario il rispetto di precisi requisiti economici e politici. Quindi, mentre l’uscita dall’euro minacciata dalla Grecia, non implicava un’uscita dall’Unione Europea, una dichiarazione di indipendenza da parte di una regione ha un costo potenzialmente più elevato dell’uscita più o meno disordinata dall’euro.
2) Notevoli difficolta di finanziamento sul mercato dei capitali. Come dettagliato in una nota del 23 settembre, il Ministro per il budget Montoro ha ricordato che la Catalogna riesce a finanziarsi sul mercato dei capitali nonostante il rating “spazzatura” grazie ai trasferimenti dal Governo centrale che nel 2012-2015 sono stati, grazie ai trasferimenti da Madrid, per 50.000 milioni di euro. Allo stato attuale, la Catalogna ha un debito verso lo Stato Centrale di 37.48 milioni di euro, che è il 18,4% del PIL regionale (e il 56,1% del debito totale, pari a 66.8 milioni di euro o il 32,8 % del PIL regionale). Nel caso in cui la Regione non dovesse ripagare il debito chiaramente l’accesso al mercato dei capitali sarebbe pressoché impossibile.
3) Discontinuità del sistema monetario. La Catalogna sarebbe precipitata in un incubo monetario. Dovrebbe scegliere fra l’introduzione una propria moneta (eventualmente sostenuta da un ancoraggio all’euro) e l’uso dell’euro senza alcun controllo sulla base monetaria. Nel secondo scenario, le banche locali sarebbero prive di un prestatore di ultima istanza (ruolo che non potrebbe più essere svolto dalla Banca di Spagna) e dovrebbe ugualmente essere creato un nuovo sistema per regolare i pagamenti interbancari in Catalogna (a meno che non venga raggiunto un accordo con l’Eurosistema per la partecipazione a quelli esistenti). Il saldo della bilancia dei pagamenti determinerebbe l’andamento dell’offerta di moneta in Catalogna. Come indicato dal Governatore della Banca di Spagna lo scorso 21 settembre, l’eventuale Banca centrale della Catalogna non potrebbe far parte dell’Eurosistema, non essendo il nuovo Stato neppure membro dell’Unione Europea. Linde ha poi ridimensionato il rischio di corallito (corsa ai depositi) nel caso di una vittoria del fronte per il sì, dopo accuse di minaccia da parte di Mas. Ma le
banche verrebbero sganciate dalla provvista di liquidità dell’Eurosistema, catapultate per di più in un limbo regolamentare che ne comprometterebbe il merito di credito e l’accesso al mercato dei capitali.
Quali le conseguenze per la Spagna e per L’Europa
Una vittoria del fronte indipendentista complicherebbe i rapporti tra Governo Centrale e autonomie locali in un momento già incerto per il Paese in vista delle elezioni politiche di fine anno. I popolari sono tornati in testa nei sondaggi nazionali con il 29-31%, ma rischiano di dover governare per la prima volta nella storia post-franchista in una coalizione con Ciudadanos (10-13%) o con il PSOE. La vicenda catalana potrebbe indebolire Rajoy a pochi mesi dalle elezioni politiche nazionali.
Una vittoria di JxSì non sarebbe positiva per l’Europa, perché riaccenderebbe i riflettori sulla possibilità di uscita dalla moneta unica e dunque sulla reversibilità della stessa. Inoltre, le spinte indipendentiste catalane, anche se manifestazione di una forte identità culturale e non di rifiuto delle politiche europee, possono rivitalizzare le spinte alla disgregazione presenti in altri paesi.
Oltre ad aumentare le difficoltà a raggiungere posizioni condivise sui grandi temi dell’agenda politica europea, anche la credibilità dell’unione monetaria potrebbe risultarne intaccata.
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