Dopo essersi quasi azzerato un anno fa, il divario di crescita tra Italia e area euro sembra tornare ad allargarsi. I motivi sono principalmente due: 1) la minore possibilità di sostenere il ciclo con la leva fiscale; 2) il contributo negativo del commercio con l’estero, derivante non solo da un export meno brillante ma anche da una crescita più accentuata dell’import…..
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Dati poco brillanti su produzione industriale e PIL nel 1° trimestre. Tuttavia c’è da attendersi un rafforzamento nel trimestre in corso
La produzione industriale è aumentata meno del previsto a marzo, dello 0,4% m/m. In sostanza, dopo l’accentuata volatilità dei primi due mesi dell’anno (gennaio -1,7%, febbraio +1,5%) l’output è tornato su un trend di crescita contenuta. Su base annua la produzione ha rallentato a 0,8% da 2,4% per effetto del minor numero di giorni lavorativi; viceversa, se corretta per quest’effetto, è rimbalzata da 2,4% a 3,1% (comunque il trend resta quello di una decelerazione dal picco di 11% a/a toccato nell’agosto scorso). Anche il dettaglio non è particolarmente brillante visto che l’incremento più significativo si ha per l’energia (+1,5% m/m, al netto della quale la produzione totale sarebbe cresciuta di un decimo in meno). Da notare la divergenza tra il calo della produzione di beni di consumo (-0,6% m/m, -3,4% per i durevoli), trascinata al ribasso dalla debolezza della domanda domestica delle famiglie, e l’aumento della produzione di beni di investimento (+1,2% m/m) e intermedi (+0,5% m/m). Entrambi hanno mantenuto il buon “passo” del mese precedente, verosimilmente spinti da ordini dall’estero ancora in ascesa. Spicca il settore dei macchinari e attrezzature (+2,7% m/m, +16,5% a/a).
Complessivamente, il 1° trimestre ha visto una produzione industriale in calo di -0,1% t/t, dopo il -0,6% t/t precedente; tuttavia, l’output tornerà in positivo nel trimestre in corso, visto che la crescita acquisita è dello 0,8% t/t. In prospettiva però, considerato che il trend per gli ordini (sia dai dati reali che dalle indagini, soprattutto per quanto riguarda le commesse dall’estero) resta ben impostato e visto che le imprese giudicano che le scorte siano ancora al di sotto dei livelli “normali”, sia la produzione industriale che il PIL dovrebbero rafforzarsi nel trimestre in corso.
Più in generale comunque, i dati più recenti confermano che la ripresa in corso per l’economia italiana resta più modesta che negli altri Paesi dell’area dell’euro. Nel 1° trimestre del 2011, il PIL è cresciuto di appena un decimo in Italia (come nei tre mesi precedenti), contro lo 0,8% t/t per la media dell’area dell’euro. Su base congiunturale persino Spagna (+0,3% t/t) e Grecia (+0,8% t/t) hanno fatto meglio (mentre il PIL portoghese è sceso di -0,7% e l’Irlanda non ha ancora diffuso i dati).

Il ritardo di crescita verso l’area euro non è dovuto a una maggiore debolezza relativa dei consumi delle famiglie…
In sostanza il ritardo di crescita nei confronti degli altri Paesi europei, che sembrava in via di riduzione nel corso della crisi, con la ripresa sembra tornato ad accentuarsi. Quali i motivi di questo ritardo? Innanzitutto occorre dire che non è la debolezza dei consumi delle famiglie (pure assai evidente nel nostro Paese) la causa del ritardo accumulato nei confronti dei competitor europei, visto che si tratta di un fattore “strutturale” che l’Italia sembra condividere con l’Eurozona (e in particolare con la Germania, mentre più basato sulla domanda finale delle famiglie appare il modello di sviluppo francese). Infatti in Italia i consumi privati, che durante la recessione erano stati più colpiti che nel resto dell’Eurozona, si muovono ora in linea con la media area euro (in un intorno dell’1% a/a, e non ci aspettiamo né per l’Italia né per l’Eurozona deviazioni significative verso l’alto rispetto a questa tendenza per lo meno nel giro dei prossimi trimestri). Per inciso, notiamo che in Italia la debolezza recente dei consumi è legata soprattutto a una vera e propria “ricaduta recessiva” subita dai consumi di beni durevoli all’esaurirsi degli incentivi concessi durante la crisi.

… né degli investimenti delle imprese…
Anche gli investimenti sembrano al momento muoversi in linea con il resto dell’area, dopo che la recessione era stata in Italia più acuta così come più accentuato si era dimostrato il rimbalzo immediatamente successivo. In questo momento gli investimenti sia in Italia, che nell’area euro sembrano viaggiare a una velocità di crociera attorno al 2% (ad un ritmo, quindi, circa doppio rispetto alla crescita dei consumi). In particolare, in Italia si è avuta negli ultimi trimetri una minore brillantezza degli investimenti sia in macchinari e attrezzature che in mezzi di trasporto, probabilmente legata nel primo caso all’esaurirsi degli incentivi della cosiddetta Tremonti-ter. In generale, gli investimenti in macchinari in Italia hanno mostrato una maggiore volatilità che nel resto dell’area euro, evidenziando una “gola” molto più profonda durante la crisi, un rimbalzo più accentuato dopo e di nuovo un rallentamento nella fase attuale. Viceversa, gli investimenti in costruzioni (che pure hanno vissuto in Italia una recessione di ampiezza paragonabile a quella del resto dell’Eurozona) sembrano mostrare un trend più stabile di (lenta) uscita dalla recessione stessa.
Non è quindi l’andamento di consumi delle famiglie e investimenti delle imprese a spiegare il recente riallargarsi del divario di crescita tra Italia ed Eurozona. I motivi appaiono principalmente due: il minor apporto di spesa pubblica ed export netto. Infatti, al netto del commercio con l’estero e della spesa pubblica, il PIL italiano cresce più dell’area euro (secondo le nostre stime 2,3% contro 1,5% nel 1° trimestre 2011; anzi questo aggregato per l’Italia ha raggiunto il 3,5% a/a a fine 2010, ai massimi dal 2000!)
… ma alla minor possibilità di sostenere il ciclo con la spesa pubblica…
In primo luogo, la minor possibilità di sostenere il ciclo con la leva fiscale è un fattore di debolezza ormai “endemico” che ha caratterizzato gli ultimi due decenni di storia italiana, in relazione alla necessità di un percorso di rientro da un elevatissimo debito pubblico. Tuttavia, la divergenza rispetto all’area euro si è accentuata negli ultimi cinque anni, e secondo le nostre stime potrebbe aver caratterizzato anche l’ultimo trimestre. Superfluo dire che, mentre l’Italia dovrà proseguire nel sentiero intrapreso di controllo della spesa (la stima di ulteriori misure correttive sul deficit pari a 2,3 punti di PIL entro il 2014 contenuta nel Programma di Stabilità concordato a livello europeo ci pare ottimistica), gli altri Paesi dell’area euro potrebbero sperimentare anch’essi nei prossimi anni la “sindrome italiana” ovvero una ridotta possibilità di utilizzare la leva della politica fiscale per sostenere il ciclo economico. Ciò significa che questa “causa” di divario potrebbe ridursi lievemente negli anni a venire.

… e a un contributo di segno opposto del commercio con l’estero
La seconda “causa” del ritardo accumulato nei confronti dei partner europei sta nel contributo del commercio con l’estero. Storicamente l’Italia è sempre stata un’economia tipicamente export-led, trainata dal motore delle esportazioni (che hanno sempre fatto da volano agli investimenti delle imprese). Ciò resta vero, ma gli scambi con l’estero hanno smesso da tempo di contribuire positivamente al PIL e viceversa da ormai quasi tre anni non fanno che “frenare” il ciclo. In particolare, si nota che il contributo dell’export netto al PIL per Italia e area euro è di segno opposto (negativo per l’una, positivo per l’altra dell’ordine di circa un punto percentuale pieno su base tendenziale secondo le nostre stime al 31 marzo 2011).
Ciò non è tanto dovuto alla minore brillantezza dell’export (che pure c’è, specie in confronto con la Germania), quanto soprattutto alla recente impennata delle importazioni, che nel 2010 per la prima volta negli ultimi dieci anni sono cresciute stabilmente ben più delle importazioni nel resto dell’area dell’euro (e dovrebbero aver mantenuto un ritmo a due cifre anche a inizio 2011). Ciò, come argomentato più volte in questa pubblicazione1, è dovuto a due cause principali: 1) la “strutturale” (ma crescente) dipendenza energetica dall’estero (visibile dal fatto che la bilancia commerciale nel 2010 ha mostrato un deficit dell’1,8% del PIL ma viceversa un avanzo pressoché speculare – l’1,5% del PIL – al netto dell’energia); 2) la crescente importanza (sulla base delle evidenze disponibili, accresciutasi a seguito della “grande crisi”) di fenomeni di parziale delocalizzazione internazionale dei processi produttivi (che hanno aumentato l’incidenza dell’import di prodotti intermedi, il cui saldo commerciale non a caso nel 2010 è passato dal +0,3% al -0,8% del PIL).

L’Italia deve scegliere il suo modello di sviluppo
Di fronte a questi nodi l’Italia dovrebbe: 1) affrontare in qualche modo il problema dell’endemica dipendenza energetica dall’estero; 2) scegliere il modello di sviluppo che vuole intraprendere: o “alla francese” cioè sostenendo la domanda interna (favorendo una crescita dei salari e dell’occupazione e una riduzione del precariato), anche eventualmente accettando un minor rigore fiscale, oppure “alla tedesca” basandosi cioè su moderazione salariale e delocalizzazione produttiva per raggiungere obiettivi in termini di competitività sui mercati internazionali. Al momento l’Italia sembra aver intrapreso solo a metà la strada tedesca (favorendo sin dai primi anni ’90 il controllo del costo del lavoro e spingendo sull’acceleratore della delocalizzazione degli input, ma non trasferendo poi questa maggiore competitività sui prezzi all’export ma piuttosto sui margini delle imprese esportatici). L’Italia dovrebbe uscire quanto prima da questa pericolosa “terra di mezzo”.

1 Si veda “La Bussola dell’Economia Italiana”, febbraio 2011 – “L’export non basta a spingere la crescita oltre l’1%”
Fonte: Intesa San Paolo Spa
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