AllianzGI : La Cina appare meno vulnerabile rispetto ad altri Paesi alle tensioni legate allo Stretto di Hormuz, grazie alla limitata dipendenza dalle importazioni di energia, a un mix energetico ben diversificato, a riserve più elevate e a un meccanismo di controllo delle fluttuazioni dei prezzi al dettaglio dei carburanti sul mercato domestico.
a cura di Christiaan Tuntono, Senior Economist, Asia Pacific. AllianzGI
Secondo il governo di Pechino, il Paese è autosufficiente dal punto di vista energetico per oltre l’80% e le importazioni coprono meno del 20% del consumo di energia primaria. La Cina è in gran parte autosufficiente per quanto riguarda il carbone, che rappresenta il 51,4% dei consumi energetici totali, e ricava oltre il 30% della propria energia dal nucleare e dalle fonti rinnovabili, tra cui idroelettrico, eolico e solare; è pertanto improbabile che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz possa incidere in modo significativo sugli approvvigionamenti energetici cinesi.
Fatta questa premessa, va evidenziato che la dipendenza della Cina dalle importazioni di petrolio greggio e gas naturale liquefatto (GNL) rimane elevata, attestandosi rispettivamente al 72,8% e al 40,4%. Il lato positivo è che le forniture sono geograficamente diversificate: circa il 45% del greggio e il 32% del GNL provengono infatti dal Medio Oriente. Oltre a ciò, la Cina importa combustibili fossili dalla Russia e da numerosi altri fornitori non mediorientali, come Malesia, Angola e Brasile; per prevenire il rischio di blocchi navali, vengono poi impiegati gasdotti e oleodotti terrestri provenienti dalla Russia e dall’Asia centrale.
Le riserve energetiche della Cina sono stimate in 140 giorni per il greggio e 20 giorni per il GNL. Sebbene non eguaglino i volumi di Giappone (242 giorni) e Corea del Sud (210 giorni), le riserve strategiche di greggio cinesi risultano di gran lunga superiori a quelle di molti Paesi dell’Asia meridionale e sud‑orientale, che in genere hanno una disponibilità sufficiente per un solo mese (30 giorni).
Al fine di dare priorità al fabbisogno interno, la Cina ha introdotto un divieto temporaneo all’esportazione di prodotti petroliferi raffinati, tra cui benzina, diesel e carburante per aerei; purtroppo, questa politica ha avuto ripercussioni su Paesi limitrofi come Bangladesh e Filippine, che si trovano a corto di scorte di carburante e necessitano urgentemente di importazioni.
Pechino adegua il tetto massimo ai prezzi dei carburanti al dettaglio ogni 10 giorni lavorativi per riflettere le fluttuazioni globali; tuttavia, quando i prezzi mondiali del greggio superano gli 80 dollari al barile, le raffinerie statali tendono a ridurre i propri margini per rallentare i rincari al dettaglio. Il governo ha inoltre introdotto un sistema di prezzo minimo e massimo per mantenere i prezzi alla pompa entro una fascia prestabilita; qualora i prezzi globali del greggio dovessero sfondare la quota dei 130 dollari al barile, interverrebbe con sussidi fiscali diretti per calmierare i prezzi al dettaglio. Di contro, se le quotazioni globali del greggio dovessero crollare al di sotto dei 40 dollari al barile, si assisterebbe ad un’interruzione della flessione dei prezzi al dettaglio.
Riteniamo che la Cina, insieme alla Malesia (esportatore netto di energia), si trovi in una posizione di relativo vantaggio rispetto ad altri Paesi a fronte delle tensioni legate allo stretto di Hormuz. Queste due economie dovrebbero subire minori pressioni legate a carenze di offerta, inflazione elevata, aumento dei costi di importazione dell’energia e maggiori oneri fiscali rispetto ai principali Paesi dell’area. Ci aspettiamo una minore volatilità per i loro mercati azionari, obbligazionari e valutari, con una conseguente minore necessità di interventi di politica fiscale e monetaria.
La settimana prossima
La prossima settimana sarà caratterizzata principalmente dalla pubblicazione dei dati statunitensi sulle vendite di abitazioni esistenti, sul mercato del lavoro e sugli indicatori del sentiment economico. Verranno inoltre resi noti i dati europei sulla produzione industriale e sull’inflazione, insieme ai dati cinesi sul prodotto interno lordo (PIL), sulla bilancia commerciale e sull’attività macroeconomica.
Negli Stati Uniti, lunedì verranno diffusi i dati di marzo sulle vendite di abitazioni esistenti, mentre mercoledì sarà pubblicata l’indagine manifatturiera della Federal Reserve di New York relativa ad aprile. Giovedì vedrà la pubblicazione dell’indice di attività economica della Federal Reserve di Philadelphia per il mese di aprile, del tasso di utilizzo della capacità produttiva di marzo, nonché degli ultimi dati sulle richieste iniziali e continue di sussidi di disoccupazione.
Nell’area euro, verranno resi noti mercoledì i dati sulla crescita della produzione industriale di febbraio, mentre giovedì sarà pubblicato l’indice sull’inflazione dei prezzi al consumo (CPI) relativo a marzo. I mercati prevedono che a marzo l’inflazione dell’area euro si mantenga invariata al 2,5% su base annua (a/a).
In Cina, i dati sul commercio di merci di marzo saranno pubblicati martedì. Il mercato si attende una decelerazione della crescita delle esportazioni al 10% su base annua, in calo rispetto all’oltre 39,6% del mese precedente. Giovedì usciranno i dati sulla crescita del PIL cinese nel primo trimestre, unitamente ai dati macroeconomici di marzo, quali la crescita della produzione industriale, delle vendite al dettaglio e degli investimenti in capitale fisso. Le aspettative del mercato propendono per un ulteriore miglioramento della crescita del PIL cinese nel primo trimestre, che dovrebbe attestarsi al 4,7% su base annua, rispetto al 4,5% del trimestre precedente.
Fonte: InvestmentWorld.it
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